L'importanza del "fare gruppo", dalla Nazionale all'azienda

di Mattia Poletti - 3 luglio 2014

Il Mondiale in Brasile per l’Italia di Cesare Prandelli è già finito. Come quattro anni fa in Sudafrica, anche quest’avventura si è conclusa subito, nel girone eliminatorio della fase finale. Certamente gli avversari erano molto più forti (sulla carta e non) rispetto a quelli del 2010, però la fiducia era tanta, specialmente dopo aver vinto la prima partita contro l’Inghilterra. Invece è stato un fallimento totale: sconfitta contro Costa Rica, sconfitta contro Uruguay, si torna a casa subito.

Le cause sono tante e ancora oggi nei talks si litiga su quali siano le colpe e di chi siano. Il sottoscritto non vuole di certo addentrarsi in un’articolata discussione tecnico-tattica calcistica, ma qualche spunto valido anche per un’azienda lo si può trovare.

Chiunque di voi abbia praticato uno sport di squadra (calcio per la maggiore, immagino), sa quanto sia importante lo “spogliatoio”, ovvero quel particolare feeling che lega gli atleti per far sì che si formi un vero e proprio “gruppo”.

Questa importanza noi l’abbiamo vissuta nel 2006, quando l’Italia vinse il Mondiale. Era l’epoca in cui il calcio italiano era sconvolto dal caso “Calciopoli”, il quale toccò direttamente tanti giocatori di quella spedizione, juventini e milanisti in primis, i più numerosi della spedizione.

Marcello Lippi, in un’intervista rilasciata a Sky qualche mese prima della partenza degli Azzurri, fra tutti i meriti che hanno portato al successo, ha scelto proprio la capacità di quella nazionale di “fare gruppo”, raccontando anche un paio di aneddoti su giocatori infortunati durante le qualificazioni che però hanno voluto andare lo stesso ai raduni per far parte sempre, in ogni circostanza, dello spogliatoio. Proprio questo “Fare Gruppo” ovunque, non solo il campo, enfatizzato da Calciopoli, è stata l’arma in più secondo Lippi.

In Brasile tutto ciò non c’è stato e lo vediamo bene ora, dopo l’eliminazione, con calciatori che litigano, si accusano scaricandosi le colpe a vicenda, mostrando quella divisione interna che molti sospettavano da tempo. Il gruppo qui non si è mai creato e le colpe sono di tutti, dai calciatori agli organizzatori (permettendo, ad esempio, agli stessi calciatori di portarsi famiglia al seguito, ostacolando di fatto il processo di aggregazione che un Paese così lontano ed un evento così unico poteva creare quasi automaticamente) Così un team non potrà mai vincere nulla. E non solo nel calcio!

La base del successo per un’azienda è anche l’avere un team affiatato, che si frequenta non solo in ufficio per lavorare, ma anche fuori. Ci deve essere un’alchimia speciale anche fuori dal “campo di gioco”. Solo così la squadra funziona, è vincente e potrà dare il meglio per l’azienda.

Un esempio (estremo a dirla tutta) può essere il meeting organizzato da Claude Béglè, all’epoca CEO di Geopost, il quale per permettere al team di 40 managers di prendere le giuste decisioni per l’azienda, li ha “deportati” su una barca presso il Circolo Polare Artico. In questo modo, i top managers provenienti da Paesi e culture diverse erano completamente isolati dal Mondo, non potevano comunicare con nessuno. Erano loro e basta. Sono stati così obbligati a far gruppo dentro e fuori l’orario di lavoro, prendendo quelle difficili decisioni in merito al futuro della compagnia che poi si sono rivelate un successo.

Dare importanza al “Fare Gruppo”, in un’azienda, multinazionale o piccola che sia, deve essere uno degli obiettivi basilari da raggiungere. In questo modo, forse non si raggiungerà automaticamente il target prefissato (come vincere un Mondiale), ma di sicuro le probabilità di avere successo e non disgregarsi alle prime difficoltà sono maggiori.

Curate l’affiatamento dei dipendenti, il modo che hanno di relazionarsi fra di loro. Scegliete persone che sappiano lavorare il gruppo, che sappiano far parte di un team e che siano sì in competizione fra di loro, ma questa deve essere sana e non deve in alcun modo danneggiare rendendo meno vivibile la vita aziendale.


Mattia Poletti

@RebelEkonomist

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