La crescita non conta solo per chi non ce l’ha

di Mattia Poletti - 9 settembre 2014

Il tema della crescita da sempre tiene banco nelle discussioni politiche ed economiche mondiali. I Paesi puntano a crescere di anno in anno al fine di migliorare la propria condizione economica. Quando ciò non accade, dibattiti e discussioni aumentano, cercando di capire i motivi di una stagnazione, o peggio di una decrescita.

Talvolta però, salta fuori il politico o l’economista di turno che mette in dubbio l’effettivo valore reale della crescita del PIL, se non dell’indicatore stesso. Davvero la crescita del PIL impatta positivamente nella vita quotidiana dei cittadini? O ancora: se non si cresce, all’italiano medio importa qualche cosa? il PIL è davvero un indicatore così importante?

Già 4 anni fa l’allora Ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva messo in dubbio la reale capacità del PIL di misurare la situazione di un Paese, in quel caso dell’Italia:

«Ho l'impressione che la realtà non sia completamente catturata dalle statistiche sul Prodotto interno lordo».

E ancora:

«Se fossero calcolati e acquisiti come rilevanti dati come la bellezza, l'ambiente, la storia, il clima, l'Italia avrebbe un'imbarazzante prima posizione, seguita a molte distanze da altre lande».

Anche l’attuale Premier Matteo Renzi aveva ritirato fuori la questione con la frase:

«Che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5non cambia niente dal punto di vista della vita quotidiana delle persone»

Ma davvero hanno ragione Tremonti e Renzi? Il PIL non è così importante e la sua crescita non intacca il vivere quotidiano dei cittadini? E che dire invece di chi si spinge oltre, chiedendo addirittura la decrescita (felice)?

Togliamo ogni dubbio: il PIL è un indicatore imperfetto, impreciso e sicuramente migliorabile. Ad oggi però, nulla è all’altezza di sostituirlo.

Come si fa, ad esempio, a formulare un indicatore che oggettivamente e numericamente possa misurare la bellezza, la storia, l’ambiente e il clima come chiesto da Tremonti?

Pensiamo all’Italia di oggi, con monumenti e città che cadono a pezzi, inquinate, sporche e un clima ballerino in cui l’estate sembra autunno: di quanto calerebbe l’indicatore tremontiano? Però magari a qualcuno il clima uggioso piace più dell’afa, e allora? Oppure ad altri non interessa la storia ma guarda più alle opere moderne, ritenendole molto più belle. E’ sicuro che saremmo primi?

Per quanto riguarda l’affermazione di Renzi, è doverso far notare che lo stesso Premier fino a poche settimane fa annunciava fieramente numeri positivi dal punto di vista della crescita, prendendosene il merito. Quando poi si son rivelati fasulli, ecco che quegli stessi numeri solo ipotizzati per la vita della gente non contano poi così tanto.

Possa passare il fatto che non sempre una minima crescita cambi nel brevissimo la vita delle persone. Nessuno però può negare che in presenza di stagnazione costante, per non dire decrescita come affrontato dall’Italia specialmente negli ultimi 15 anni, questo sì impatta molto negativamente sui cittadini. I numeri (che tutti conoscete) son fin superflui perché basta guardarsi intorno: aziende che falliscono e delocalizzano, cittadini sempre più poveri e disoccupati, giovani senza una vera speranza per il futuro costretti ad emigrare in Paese dove, guarda caso, la crescita dell’odiato PIL c’è.

Curioso come questo accanimento verso crescita e relativo indicatore provenga da coloro i quali vivono ed amministrano un Paese in cui esse non sono presenti, quasi a giustificare il loro fallimento. La crescita conta quando c’è ed è sbandierata ad ogni intervista o comizio politico, quando non c’è diventa un fattore trascurabile, non così importante in confronto ad altro e l’indicatore poi è impreciso e non misura bene la condizione in cui ci troviamo.

È il classico “Non è il paziente ad essere malato, è il termometro ad esser rotto”. Peccato che, nel caso dell’Italia, ogni altro termometro/indicatore, reale o teorico che sia, indica sempre e solo la stessa diagnosi: stiamo morendo.

Mattia Poletti

@RebelEkonomist

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