Surplus Germania

di Mattia Poletti - 10 ottobre 2016

Ciclicamente in Italia il Premier di turno, per giustificare la peggiore performance nel nostro Paese, è solito polemizzare ed attaccare con qualche attore esterno. Se andiamo male, mica è colpa nostra…sono gli altri che ci penalizzano. Il vittimismo italico così duro a morire insomma.

Il bersaglio più attuale, la fonte di tutti i mali, ad oggi è la Germania. I tedeschi hanno troppo surplus commerciale, devono reinvestirlo dando lavoro alle aziende europee, specialmente a quelle italiane. Questo, in soldoni, è il mantra che Renzi va ripetendo più volte.

Curioso come qui da noi si voglia sempre cercare di limitare, e non imitare, la competitività degli altri. Se corrono troppo, mica dobbiamo allenarci di più noi…che ci aspettino, prendano la mano e trascinino assieme a loro!

Peccato che, anche volendo, più di tanto non possano fare e le lamentele italiche siano solamente l’ennesima manifestazione di populismo tendente a giustificare e discolpare una fossa che ci siamo scavati da soli. I numeri non mentono, peccato che nessuno nel panorama politico italiano voglia o sia in grado di mostrarli a Renzi.

Prima di tutto, l’export tedesco viene creato dalle imprese tedesche. La Merkel non può vietare la vendita di prodotti alle proprie imprese. L’unica cosa possibile è quella di alzare gli stipendi e, guarda caso, è proprio quello che sta accadendo.

Nel 2014 gli stipendi sono cresciuti dell’1.9%, nel 2015 del 2.8%. Il costo del lavoro anche nel primo quarto del 2016 si mantiene più o meno sugli stessi livelli del 2015 (2.8%) a fronte di una media UE dell’1.7%, -1.5% in Italia. Da questo punto di vista, la Germania sta facendo il suo, con grande gioia dei suoi abitanti (e dei molti emigrati italiani che ogni anno si trasferiscono lì).

Vero, potrebbe fare molto più deficit (visto che oramai è in surplus da quasi 3 anni), abbassando ulteriormente le tasse e/o aumentando la spesa pubblica così da stimolare la domanda interna. Ciò però è già successo nel 2015 (consumi privati +1.9%, spesa pubblica + 2.8%) e non ha intaccato più di tanto la crescita dei partners mediterranei. Perché?

Parlando dell’italia, nel 2015 le esportazioni hanno superato (per la prima volta) quota 400 milioni di euro, con un saldo positivo di circa 45 milioni che, stando ai primi 6 mesi del 2016, dovrebbe aumentare (grazie ad una diminuzione del valore dell’import). Di questi 45 milioni, circa la metà proviene dall’America Settentrionale (per quelli de “No al TTIP”…), il resto fra Oceania, America Meridionale ed Europa, esclusa la zona Euro (deficit di circa 4 miliardi. Tanto per, quello verso la Germania è pari a 5.7 miliardi). Nel periodo Gen-Mag ’16 il trend si mantiene costante, salvo un quasi pareggio fra EX-IM nell’Unione Monetaria (vedi dati Export ed Import).

La Germania ha altri numeri: surplus di 150 miliardi nel periodo Gen-Lug ’16, di cui circa 9 nell’Area Euro (2.5 dall’Italia da gennaio a maggio), 40 in quella UE e 100 extra UE.

Il grosso del surplus, per entrambi i Paesi, proviene dall’interscambio con Stati non nell’Area Euro. Anche ammettendo di riequilibrare l’avanzo commerciale tedesco, ciò difficilmente andrà a beneficiare l’Italia, con la quale ha sì una partnership importante, ma non così grossa da cambiare il futuro del Bel Paese.

Ponendo anche che l’import dall’Italia verso la Germania aumenti del 5-10%, il guadagno per le imprese italiane sarebbe intorno ai 2.5-5mln: si parla dello 0.15/0.25% del PIL. Certamente male non fa, soprattutto per uno Stato che cresce dello 0.8%, ma basare crisi delle imprese e poca crescita su questo argomento è parecchio deprimente.

Tra l’altro, sarebbe anche difficile penalizzare l’export tedesco: la grande quota di esso è comporto da prodotti chimici, macchinari ed autoveicoli i quali sono nettamente in surplus (260 miliardi di euro circa fra tutti e tre nel 2015). Anche aumentandone il costo (forzando un incremento degli stipendi), difficilmente all’estero i cittadini più ricchi smetteranno di comprare Audi, BMW, Mercedes o le imprese i macchinari (presse ad esempio) made in Germany.

Prodotti di eccellenza, ad alto valore aggiunto che difficilmente risentirebbero di un aumento del costo.

Anche noi, decenni fa, eravamo invidiati per le nostre eccellenze. Esportavamo in tutto il mondo a prezzi competitivi, altro che Cina! Per alcuni beni siamo ancora al top (cibo, abbigliamento), per il resto abbiamo perso competitività.

Al posto di puntare il dito contro gli altri, cerchiamo noi stessi di ricordare ciò che siamo stati e che possiamo di nuovo essere. Far emergere il nostro talento facendo volare chi ne ha la capacità, non tappandogli le ali a colpi di tasse, sprechi, burocrazia e corruzione.

Guardiamo a casa nostra. O così, o perderemo anche quelle poche eccellenze rimaste.

Mattia Poletti

@RebelEkonomist

Mattia Poletti

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