Abbassare l’età pensionabile crea nuovi posti di lavoro per i giovani?

di Mattia Poletti - 28 ottobre 2016

Da decenni in Italia, con qualche rarissima eccezione invero, il miglior modo per creare posti di lavoro per i giovani è quello di agire sull’età pensionabile. E’ infatti credenza comune che mantenendola relativamente bassa, il ricambio generazionale favorisca l’occupazione giovanile.

Su questo punto, anche l’attuale Ministro del Lavoro Poletti parlando da Floris sulla riforma dell’APE è stato chiarissimo. Parafrasando le sue dichiarazioni, i giovani avranno più opportunità di lavoro perché per la prima volta dopo molti anni si abbassa l’età di pensionamento; ci sarà quindi più gente che andrà in pensione e più giovani che entreranno nel mondo del lavoro. E se non è automatico che all’uscita di un anziano ne entri uno giovane, di sicuro se ne escono due almeno uno a lavorare ci vada.

La stessa tesi è sostenuta da tutti quelli che vorrebbero abolire (o comunque profondamente modificare) la Riforma Fornero, colpevole di aver allungato gli anni di contributi necessari alla pensione privando così i giovani di tanti nuovi potenziali posti di lavoro lasciati dagli over 50. Anche il ministro attribuisce a quella legge parte della responsabilità in un’intervista al Sole “da una parte la crisi, dall’altra le regole sulle pensioni hanno effettivamente reso più difficile per i nostri giovani avere delle opportunità”.

 A rigor di logica, sembrerebbe un ragionamento valido ed i recenti dati sulla disoccupazione giovanile (in crescita di 2% a luglio e tornata vicina a quota 40%) hanno pesantemente rilanciato le richieste di pensionamenti anticipati per stimolare la staffetta generazionale. Ma è davvero così?

Prima di tutto, bisogna distinguere tra breve e medio/lungo periodo.

Nel breve periodo, la possibilità che si verifichi ciò detto sopra non è remota. Un’azienda con ordini, se si trovasse priva di X dipendenti a causa di una repentina ed inaspettata riforma delle pensioni, a parità di domanda dovrà sostituirli con nuova manodopera; in questo caso, ci sarebbe una quota di giovani che potrebbe beneficiarne.

Il problema, però, è che la forza lavoro fa formata. Per gli impieghi di bassa specializzazione l’effetto sostituzione anziano-giovane potrebbe esserci; se però si parla di operai o lavoratori specializzati, lo scenario cambia drasticamente. Un’azienda preferirebbe aumentare le ore a tutti gli altri dipendenti (leggasi, più straordinari) piuttosto che assumere un nuovo dipendente, privo di esperienza, da formare. In una situazione poi di bassa crescita o addirittura contrazione economica, il pensionamento anticipato potrebbe persino sostituirsi al “licenziamento economico”. In sintesi, più pensionati e zero giovani assunti.

Nel Medio/Lungo periodo, la situazione non fa che peggiorare la politica di riduzione dell’età pensionabile.

L’evidenza scientifica dimostra infatti come non vi sia alcuna relazione tra l’aumento dell’occupazione nella fascia d’età 55-64 e aumento della disoccupazione fra i giovani, anzi!

Il National Bureau of Economic Research nello studio “SOCIAL SECURITY PROGRAMS AND RETIREMENT AROUND THE WORLD: THE RELATIONSHIP TO YOUTH EMPLOYMENT, INTRODUCTION AND SUMMARY” (2009), ha analizzato la reazione fra la partecipazione della forza lavoro delle persone anziane e quella dei giovani in 12 paesi per capire se esista o meno un’influenza tra le due variabili, in particolare se gli incentivi a mandare in pensione i lavoratori più in là con l’età fossero richiesti dalla disoccupazioni giovanile e se essa aumentasse all’eliminazione degli stessi. I risultati sono chiarissimi:

  • eliminare gli incentivi non causa l’aumento della disoccupazione giovanile;
  • non vi è evidenza che all’aumentare della partecipazione alla forza lavoro degli anziani si riduca quella dei giovani
  • evidenza che mostra invece come una maggiore partecipazione degli anziani alla forza lavoro corrisponda una maggiore occupazione dei giovani, con una minor disoccupazione degli stessi
  • Al diminuire dell’occupazione degli anziani corrisponde una diminuzione dell’occupazione dei giovani

Altro studio simile della IZA World of Labour, “The effect of early retirement schemes on youth employment”, stessi risultati di cui sopra, alle quali si aggiunge che

  • Aumentare l’età pensionabile aumenta gli stipendi dei giovani
  • Giovani e vecchi lavoratori sono complementari fra loro, non sostituti
  • Abbassare l’età pensionabile diminuisce gli incentivi alla formazione e ad investire in nuove abilità, portando anche ad una minor crescita economica

 

Anche il Fondo Monetario Internazionale si è occupato della questione. Interessante un working paper del 2008 che analizza il caso del Belgio, Paese abbastanza simile all’Italia (soprattutto in quegli anni) sotto questo aspetto: alta disoccupazione giovanile e bassa occupazione dei lavoratori anziani. L’intento degli autori era di verificare se le politiche di incentivi all’uscita dal mondo del lavoro, causate proprio dalla bassa occupazione di quest’ultimi, siano giustificate dall’incoraggiamento che esse avrebbero all’occupazione giovanile. Anche in questo caso

  • Non vi è alcuna relazione positiva fra un pensionamento anticipato e posti di lavoro per i giovani
  • Al contrario, si osserva una relazione negativa, la quale indica come entrambi tassi di attività di lavoratori giovani ed anziani siano sensibili all’andamento del ciclo economico

Il punto è che sia nel breve che nel medio/lungo, quel che conta è la crescita. Un Paese in cui si investe, con un ottimo sistema educativo e un mercato del lavoro meritocratico e non duale, fatto quindi da privilegiati ipertutelati (di solito anziani) e schiavi (di solito giovani) resi tali per equilibrare il sistema, avrà meno problemi di disoccupazione giovanile.

Mandare prima la gente in pensione, nonostante un’aspettativa di vita in costante crescita, comporta inevitabilmente una maggiore spesa previdenziale, ergo più debito e/o più tasse a lavoratori ed imprese, le quali difficilmente investiranno in queste condizioni. Senza investimenti, non vi sono crescita né nuovi posti di lavoro.

 La domanda da porsi quindi è: perché un politico, a maggior ragione se Ministro del Lavoro, dovrebbe attuare politiche che vanno contro qualunque evidenza empirica? 

Mattia Poletti

@RebelEkonomist

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