No, il protezionismo non salverà le PMI

di Mattia Poletti - 20 febbraio 2017

Dazi e tariffe, strumenti di quella politica economica proposta da Trump mirata a difendere i prodotti nazionali contro la concorrenza straniera conosciuta come “protezionismo”, già in passato sono stati utilizzati da politici per cercare di risolvere i problemi dei propri elettori.

Negli USA, politiche simili le hanno avute a cavallo fra gli anni ’20 e ’30 con il famoso Smoot–Hawley Tariff, il quale aumentò le tasse fino ad un tasso effettivo del 60% verso uno svariato numero di beni importati per salvare posti di lavoro americani e rilanciare il Paese. Risultato? Le importazioni crollarono, sì, ma con esse anche le esportazioni; la disoccupazione passò dall’8% (1930) al 25% (1932) e il Paese entrò (anche per questo motivo) in profonda recessione.

Ad oggi quelle di Trump sono solo parole. Il neo Presidente si sta però attribuendo i meriti per cambiamenti “pro USA” nelle strategie di alcune grandi aziende come Ford, Chrysler Fiat e Foxconn. La realtà però è diversa:

  • Ford ha sì rinunciato ad un nuovo impianto in Messico per investire 700 milioni nel suo attuale in Michigan, ma non per paura di dazi o altro: semplicemente, la domanda di mercato è cambiata, le auto che in futuro verranno acquistate saranno ibride e molto più tecnologiche rispetto alle attuali. La necessità non è quindi forza lavoro economica di media-bassa specializzazione– come quella messicana – ma operai specializzati e hub tecnologici statunitensi. In Messico rimarranno altri modelli (Focus). Per FCA il discorso è simile e il piano fu già preannunciato ad inizio 2016.
  • Per Foxconn: il costo del lavoro sta crescendo in Asia, mentre quello del capitale, sempre più un importante fattore decisionale, è simile quasi ovunque. A causa dell’elevata delicatezza di iPhone&co e della necessità di distribuirli in tempi rapidi, il trasporto avviene via aerea. Se per gli smartphones non è un grosso problema (su un boing 777 ce ne stanno circa mezzo milione), lo è per gli schermi (pc, televisori). Il fattore costi di trasporto torna ad essere importante

Nessuno di questi investimenti è dovuto al pericolo di dazi. Piuttosto, a ciò che un economista 2 secoli fa definì “vantaggi comparati”. Ricardo (in sintesi) spiegò che per creare maggiore ricchezza, un Paese avrebbe dovuto concentrarsi su ciò che sapeva fare meglio, lasciando agli altri il compito di produrre il resto. Specializzarsi, quindi, in determinati settori, commerciando poi con gli altri Paesi.

Il protezionismo va ovviamente contro questo ragionamento. Come conseguenza, tutti ne escono sconfitti.

Passando all’Italia, anche qui le sirene pro protezionismo si sono accese grazie al fenomeno Trump. Con una disoccupazione, specialmente quella giovanile, fra le peggiori in Europa, parte della politica vorrebbe proteggere le imprese del made in Italy, specialmente se producono localmente, dalla “mal concorrenza” estera.

L’idea quindi di dazi e tariffe è molto forte anche nel Bel Paese. In realtà, già prima di DT vi furono proteste per le politiche duty-free dell’UE, specialmente sull’olio tunisino, le quali danneggerebbero agricoltori e produttori nostrani. La realtà però, anche qui, era ben diversa.

Ma quali sarebbero le conseguenze di una politica protezionistica per le imprese italiane?

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In Italia, nel 2015 il 38.4% dell’import riguarda prodotti intermedi, ovvero beni che le imprese trasformano in prodotti finiti. Da aggiungere anche che “le imprese mostrano un crescente interesse per i prodotti realizzati all’estero. Il peso delle importazioni sugli investimenti in macchinari si è avvicinato al 40%, con un aumento di circa 10 punti percentuali rispetto al periodo precedente la crisi.” (fonte).

La componente direttamente impiegata dalle imprese italiane nella produzione, dipendente dall’estero, non è per nulla marginale. Con i dazi i costi di produzione crescerebbero, mettendo fuori mercato molte imprese esistenti, oltre a scoraggiare ulteriormente investimenti esteri in Italia.

In un recente paper, gli economisti Halpern, Koren e Szeidl mostrano come ¼ dell’aumento della produttività ungherese dal 1993 al 2002 sia dovuta agli inputs importati dalle imprese. L’import come motore della produttività, specialmente in Paesi con un gran numero di importatori ed imprese straniere. Considerando che in Italia la produttività è stagnante da oramai 15 anni e che, in ogni caso, molte imprese acquistano all’estero beni intermedi e macchinari, dazi alle importazioni potrebbero aumentare i costi delle stesse pmi (e non solo) italiane, diminuendone la loro competitività.

Interessante anche la composizione dell’export italiano. Il 39.4% dei beni intermedi importati dall’Italia finiscono nei prodotti esportati (dati 2011).

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Il valore aggiunto totale estero presente nell’export tocca invece quota 26.4%, in costante aumento dal 1995 (con l’eccezione del 2009).

 

 No Media

Oltre a ciò, I Paesi stranieri punirebbero i nostri prodotti con maggiori tasse, affossando le nostre imprese esportatrici. Si ripeterebbe, quindi, ciò successo negli USA: minor import ma anche minor export. Conviene rischiare di rallentare l’unico motore di crescita degli ultimi anni?

Per concludere, applicando politiche protezionistiche:

  1. svantaggeremmo le imprese con una forte componente di import, rendendole meno produttive (cosa già successa, per altro, durante l’autarchia fascista);
  2. scoraggeremmo l’investimento di imprese straniere;
  3. le imprese esportatrici potrebbero trovarsi i propri prodotti tassati all’ingresso in altri Paesi, con conseguente calo delle vendite;
  4. I consumatori italiani avrebbero meno scelta e a prezzi più elevati;
  5. Le imprese non tornerebbero a produrre localmente se non in presenza di particolari vantaggi competitivi. E no, noi non siamo gli USA.

 

Mattia Poletti

@RebelEkonomist

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