No, la crisi in Italia non è finita

di Mattia Poletti - 3 febbraio 2017

Ad ogni inizio di anno nuovo, è prassi comune cercare di tirare le somme dei 12 mesi appena passati, valutando ciò che di positivo e negativo si è fatto al fine di programmare al meglio gli obiettivi e stimare i risultati realmente raggiungibili.

In questo contesto, il 2016 è ritenuto da tutti come l’anno in cui l’Italia è finalmente uscita dalla crisi. La crescita, stimata, si aggira intorno al +0.8%. Considerando il +0.1% del 2014 e il +0.7% del 2015, gli anni di decrescita del PIL italiano sono ufficialmente finiti.

Tutto bene quindi? Assolutamente no.

Se è vero che i dati sono numericamente positivi, essi vanno sempre contestualizzati. Parlare di crescita è giusto, di uscita dalla crisi un po’ meno.

Intendiamoci: se per crisi si intende avere un dato del PIL negativo, l’Italia ne è fuori. In un mondo però globalizzato, interconnesso ed interdipendente, francamente è una definizione un po’ limitata.

Rapportando il Bel Paese con i principali partners/competitors, i numeri assumono un significato diverso, tramutando i sorrisi in smorfie e rendendo vani i proclami del politico di turno.

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Crescita PIL ITA-UE Dati World Bank

Come si nota dal grafico, l’Italia sta costantemente sotto performando in termina di crescita del PIL nei confronti della media dei Paesi UE. In particolare, il gap fra PIL italiano ed europeo si è ampliato dal 2010 in poi.

I dati del 2016 confermano questo trend. Se, come detto, il Bel Paese è cresciuto dello 0.8%, la media europea si attesta intorno al +1.6/1.8% (rispettivamente Area Euro ed UE), poco più bassa delle stime per gli USA (+1.9%). Ciò vuol dire che la crescita italiana è esattamente la metà rispetto a quella europea.

Le proiezioni per il futuro poi non sono migliori, anzi. Il Fondo Monetario Internazionale, nel suo World Economic Outlook, ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per l’Italia (-0.2% per quest’anno, -0.3% per l’anno prossimo), unico caso fra i big dell’Area Euro, nonostante quella mondiale sia vista in accelerazione (+3.4% nel 2017 e +3.8% nel 2018, a fronte di un +3.1% nel 2016). Altri due anni di crescita molto modesta, a mezza velocità, se non meno, rispetto ai partners europei e non.

Per quanto riguarda il dato sulla disoccupazione, a novembre 2016 Eurostat registra una diminuzione del tasso in 24 Paesi dell’unione, con un incremento nel periodo ottobre ‘15-ottobre ’16 verificatosi solo in Estonia, Danimarca, Cipro ed Italia.

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Come si nota dal grafico, l’Italia è quart’ultima, con un tasso di disoccupazione al di sopra di 2 punti rispetto all’Area Euro.

Tutto ciò è aggravato dal fatto che il Governo in questi ultimi due anni ha impiegato risorse pubbliche per incentivare le imprese ad assumere. Nonostante i soldi spesi, il numero di disoccupati non è rientrato nella media. Non solo, nell’ultimo anno è addirittura incrementato, a fronte della diminuzione degli incentivi che, come spesso accade quando vengono utilizzati, non hanno fatto altro che anticipare assunzioni già programmate dalle imprese.

Parlando di imprese, i dati sono contrastanti. Secondo Infocamere, il ritmo di crescita è tornato ai livelli pre crisi. Secondo gli ultimi dati, nei primi 9 mesi del 2016 il saldo fra natalità e mortalità delle imprese segna un incremento di +42mila unità, migliorando sensibilmente (+0.7%) il dato del 2015.

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All’apparenza il trend sembrerebbero positivo. Sicuramente l’aver riagganciato il ritmo pre crisi è un buon segnale, anche se il rimbalzo è minore rispetto a quello avuto nel biennio 2010/2011; altro fattore da non trascurare sono natura e settore di appartenenza delle neofite:

  • Per quanto riguarda la natura, la maggior parte delle imprese nate e cessate sono individuali e non rappresentano una crescita rilevante nel complesso dell’attività imprenditoriale (+919). Le società di persone sono in calo (-6452), mentre quelle di capitale sono il vero motore dell’imprenditoria italiana segnando quasi un più 45mila.
  • Per quanto riguarda il settore di appartenenza, il 55% riguarda il turismo (1/4 del totale), commercio e servizi alle imprese. In calo invece le costruzioni e la manifattura.

Perché questi dati, proprio come il PIL, seppur positivi non dovrebbero far sorridere? Un’economia avanzata non può reggersi su imprese incentrate nel settore turistico e/o individuali o di modeste dimensioni. Il discorso sarebbe lungo e merita un approfondimento a parte. Il fatto però è che né le aziende high-tech, né un ipotetico imprenditore con un’idea innovativa e soldi da investire scelgono più l’Italia come destinazione. In un mondo globalizzato, la tipica pmi italiana, un tempo forza motrice della crescita, oggi non è più in grado di competere con le multinazionali americane, europee ed asiatiche.

3 su 4 imprese nel settore turistico-ristorazione chiudono, sempre secondo infocamere, entro i 5 anni di attività. Quale mai potrebbe essere la prospettiva di crescita economica ed occupazionale di un Paese con questi presupposti?

Qui c’è da intervenire. Cercare di porre le basi per un cambiamento del tessuto industriale italiano. Il Paese, nonostante le brusche cadute nel 2009 e 2012 non ha avuto quel rimbalzo di crescita che tutti si stavano aspettando. Ha continuato con un trend di prestazioni al di sotto della media che ha origini a metà/fine anni ’80.

I problemi vengono da lontano, la crisi li ha solamente aggravati. Fin quanto non si agirà con le giuste riforme e si crescerà tanto quanto, se non di più, degli altri Paesi (almeno) dell’Area Euro, essa continuerà. E il tempo a disposizione sta finendo.

Mattia Poletti

@RebelEkonomist

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