Perchè Barilla non si quota in Borsa?

di Beniamino Piccone - 3 marzo 2017

Lo stesso giorno in cui sono usciti i risultati trimestrali di Nestlè – sotto le attese, ma il fatturato è cresciuto nel 2016 del 3,2% e gli utili saliti a 12,5 miliardi di franchi svizzeri – il Corriere della Sera ha dedicato una pagina al nuovo stabilimento di Rubbiano (in provincia di Parma) per i sughi di Barilla, che sarà pronto nel 2018. L’obiettivo è arrivare a produrre in un anno 120mila tonnellate di sugo.

Abbiamo di fronte a noi due modelli diversi di crescita. Barilla ha deciso di puntare sulla crescita organica, dopo essersi scottata in modo pesante per la scalata in Germania di Kamps (nel caso specifico la Banca Popolare di Lodi guidata allora da Gianpiero Fiorani non rappresentò un punto di forza dell’operazione), che è stata fonte di perdite a livello di gruppo.


Barilla non è quotata, ritiene di poter fare a meno del mercato, sia per crescere per linee esterne che per attrarre manager di valore. In entrambi i casi poter avere “carta” - ossia titoli quotati in cambio – rappresenta un asset non indifferente. Non a caso, l’acquisizione di Kamps, se fosse stata eseguita attraverso un concambio con titoli quotati Barilla sarebbe stata assai meno dispendiosa.

Nestlè è un colosso, quotato alla Borsa di Zurigo, dove capitalizza 227 miliardi di franchi svizzeri, ossia 215 miliardi di euro. E’ sempre cresciuta negli ultimi lustri. Il 2016, però, è stato l’anno con la crescita del fatturato più bassa degli ultimi 20 anni. Il Financial Times ha scritto che la decelerazione della crescita è il frutto della deflazione e della crescita lenta dell’economia mondiale: “Il modello Nestlè ha fatto affidamento nel passato sulla incessante crescita delle vendite e sulle acquisizioni esterne a leva” (per esempio le acque minerali San Pellegrino).

Barilla fattura (dato 2015) 3,3 miliardi, con un ebitda – utile prima di tasse ammortamenti e oneri finanziari – di 440 milioni di euro. Nestlè fattura. Il colosso svizzero nel 2016 ha fatturato 89,5 miliardi di franchi svizzeri (84,7 miliardi €), e quindi è circa 24 volte più grande di Barilla.

50 anni fa la differenza tra i due gruppi non era così vistosa. Come possiamo spiegare questo andamento dicotomico? Nessun evento è monocausale ma certamente la tardiva internazionalizzazione di Barilla (che non essendo quotata fa fatica a compiere operazioni straordinarie) ha giocato un ruolo importante. Ancora oggi l’Italia rappresenta quasi il 50% del fatturato di Barilla. Quando l’economia italiana ristagna – e i consumi quindi di conseguenza – Barilla subisce di riflesso un calo dei volumi e del fatturato. Nel business alimentare i margini sono bassi, solo gli elevati volumi consentono di aumentare la leva operativa.

Barilla deve concentrare gli sforzi per aumentare il peso dell’export sul fatturato. Solo così potrà mitigare gli effetti dirompenti su utili e fatturato della languente economia italiana. Il mondo va matto per la pasta italiana. Non si fa che parlare della bontà della dieta mediterranea. Il momento è propizio.

Beniamino Piccone Private banker - Economista - Docente universitario

@beniapiccone 

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