La crisi dell’export verso la Russia non dipende dalle sanzioni

di Mattia Poletti - 21 marzo 2017

È vulgata comune che le sanzioni applicate negli ultimi anni contro la Russia abbiano portato un grosso danno all’economia dell’Italia. A causa di esse, le esportazioni verso Mosca sarebbero calate di miliardi, mettendo in crisi – se non facendo fallire del tutto – moltissime imprese italiane.

Anche al I^ seminario italo russo organizzato a Genova lo scorso 17 febbraio, il mantra è stato quello: le sanzioni hanno distrutto l’export italiano, mettendo in crisi le nostre pmi.

I dati riportati da Antonio Fallico, presidente di Banca Intesa Russia, parlano chiaro: “nel 2016 il valore del nostro export verso la Russia sarà di 6,1 miliardi di euro. Se così sarà, mancheranno all’appello poco meno di 5 miliardi di euro. Uno shock per molte aziende italiane”.

E ancora:

“Oltre ai settori colpiti dalle contro-sanzioni russe (-96% fra 2013 e 2016 per l’industria lattiero-casearia italiana e -78% per la carne lavorata), l’effetto drammatico della tensione geopolitica ha avuto ripercussioni su altri settori ben più impattanti sul sistema Paese rispetto all’agroalimentare».

«Negli ultimi tre anni le vendite in Russia di macchine utensili made in Italy hanno perso oltre il 50%, la siderurgia il 74%, i materiali da costruzione il 54%

Imprenditori e lavoratori italiani, insomma, starebbero pagando gli effetti delle sanzioni alla Russia. Ma è davvero così?

Le sanzioni economiche alla Russia (e relativa risposta alle stesse da parte di Mosca) sono partite a metà 2014, le quali sarebbero alla base della crisi di molte aziende, specialmente lombarde, emiliane e venete (oltre il 70% del totale dell’export italiano verso la Russia).

Per valutarne l’impatto, però, bisogna tenere conto dell’insieme dei fattori. La Russia è un Paese ricco di petrolio e gas. Come gran parte dei Paesi, anch’essa soffre di quel che gli economisti definiscono la “maledizione delle materie prime” (o “Dutch Desease”, ma anche “The Curse of oil”), ovvero il basare molta della propria economia sui rendimenti dati da esse.

Tanto per dare due numeri, nel 2014 quasi il 70% dell’export riguarda prodotti petroliferi (gas incluso). L’influenza dell’andamento dei prezzi di questi prodotti deve pertanto essere presa in considerazione quando si parla di dell’economia russa.

Confrontando i dati import-export, è chiara la relazione che vi è tra le due voci: all’aumentare dell’export, l’import cresce; al suo diminuire, anche il secondo perde quote.

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Per la premessa sulla quota di prodotti petroliferi esportati fatta, possiamo anche prendere in considerazione l’evoluzione del prezzo del greggio russo (riferito all’indice Urals)

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Notato nulla? La quota dell’Import segue di pari passo l’andamento dell’indice Urals. Come mai?

L’export, secondo gli ultimi dati, si attesta a circa il 30% del PIL russo. La crescita è influenzata e non poco dalla performance dello stesso, il quale dipende in primis dal greggio e suoi derivati. Risultato? Se il prezzo di petrolio e gas diminuisce, il PIL lo segue a ruota.

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A conferma di questa teoria, è curioso andare ad analizzare il dato del 2009. Il Pil crollò, assieme ad export-import e prezzi delle materie prime. Cosa accadde all’export italiano?

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Come si nota dal grafico illustrato nel paper (pag. 18) di Intesa Sanpaolo, anche l’interscambio fra Italia e Russia ha avuto ripercussioni e, casualmente, esse sono molto simili a quelle avvenute negli ultimi anni.

Anche in quel caso, i settori italiani colpiti furono molteplici, con pesanti ripercussioni per le nostre pmi esportatrici. In particolare, nel I°Q del 2009Un calo piuttosto consistente, di oltre il 36%, si è invece verificato nell’export principale italiano, cioè le macchine e apparecchi (in genere metalmeccanica), i prodotti chimici (quasi -37%), le macchine e apparecchi elettrici (- 44,7%), gomma e plastica (tra il -45 e il -50%) e infine i mezzi di trasporto (-62,3%), soprattutto nei comparti automobili e veicoli industriali”. Non vi ricorda qualcosa?

 

Il punto è questo: le sanzioni sicuramente hanno influito negativamente sull’andamento di PIL e import russo, ma sono solo una delle cause, nemmeno la principale. Il calo dell’export delle imprese italiane verso Mosca è da attribuirsi, in primis, al crollo del prezzo delle materie prime. Ad avvalorare ulteriormente questa tesi, basta verificare l’andamento dell’export cinese (non toccato dalle sanzioni) in Russia.

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Il calo è avvenuto, in misura forse minore, anche qui.

Ad oggi un piccolo rialzo si è avuto, l’economia russa ne ha giovato e, con esso, l’export italiano (come confermato anche dai dati esposti al seminario). In un futuro in cui l’andamento del petrolio è molto incerto, con la spinta delle rinnovabili e lo shale oil che non è ancora ben chiaro quanto sia e se davvero possa essere estratto a prezzi convenienti, basare la propria attività economica esclusivamente su questo mercato, sì grosso, ma così volatile, può essere un rischio.

Anche nel caso in cui le sanzioni dovessero sparire (come pare essere nelle intenzioni di Trump), se il prezzo gas e petrolio non dovesse aumentare – o addirittura diminuisse (la Russia perde circa 2 miliardi di dollari in ricavi per ogni dollaro di calo del costo delle materie prime) – non aspettatevi un nuovo boom dell’export verso Mosca.

La vera domanda che le pmi italiane dovrebbero porsi non è “quando toglieranno le sanzioni alla Russia?”, ma “quanto costerà il petrolio i prossimi 6/12/24 mesi?”. Purtroppo, la seconda è una variabile non così facile da prevedere.

Mattia Poletti

@RebelEkonomist

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