2016 anno record per il private equity e il venture capital

di Enrico Martini - 18 aprile 2017

C’è ancora molto da fare per ampliare i canali di finanziamento non bancari nel nostro paese, ma il 2016 è stato un anno record per i fondi di private equity e venture capital. Questo ottimo risultato è dovuto anche al ritorno di attrattività del nostro Paese e di competitività delle nostre imprese.

I fondi chiusi hanno effettuato investimenti per 8,2 miliardi di euro, un record assoluto che segna un aumento del 77% sui 4,6 miliardi del 2015. Di quella cifra, gli operatori internazionali rappresentano ben il 69%. Il tutto con un aumento sensibile del taglio medio delle operazioni, che in totale sono state 322, il 6% in meno delle 342 operazioni del 2015. Le prime 17 operazioni (grandi e mega deal) da sole rappresentano più del 74% del mercato (6,08 miliardi).

Questi sono i risultati delle analisi svolte da Aifi (Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt), in collaborazione con PwC Transaction Services.

Aumenta il numero delle operazioni sul seed capital e le startup, che hanno toccato quota 128 da 122 del 2015 (+5%) e anche del controvalore, passato dai 74 milioni del 2015 ai 104 milioni del 2016 (+39%). Cresce infine il buyout nell'ammontare degli investimenti (+83%) che rappresenta il 70% del totale di mercato, mentre resta invariato nel numero (98 erano 99).

Sul fronte dei disinvestimenti, l'ammontare al costo di acquisto delle partecipazioni è salito a 3,66 miliardi di euro, in crescita del 26% rispetto dai 2,9 miliardi del 2015, per un totale di 145 cessioni, in calo del 19% dalle 178 operazioni del 2015. Lo strumento più utilizzato per i disinvestimenti, se guardiamo ai volumi, è stata la vendita ad altri operatori di private equity (ovvero il 54% del totale disinvestito), ma se prendiamo a riferimento il numero di operazioni, è stata la vendita a soggetti industriali (37% del numero totale, pari a 54 exit).

I numeri del mercato domestico potrebbero essere migliori. Purtroppo il numero delle operazioni rimane ancora fortemente limitato rispetto agli altri mercati. In tale direzione il processo di Brexit, e la possibile collegata decisione da parte di altri operatori internazionali di stabilire un proprio presidio strategico in Italia, potrebbe rappresentare un driver positivo per l’incremento dei deal.

Enrico Martini - Segreteria tecnica del Ministero dello sviluppo economico

@ericecolab 

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