Guerra agli evasori o agli investitori?

di Andrea Arrigo Panato - 7 aprile 2014

Richiamo nel titolo un post che mi ha molto colpito sia per la verità dell’analisi sia per la frequenza con cui ultimamente mi imbatto in questa verità. 

Non c’è efficienza e non c’è severità in un Diritto tributario così: c’è solo incertezza. E dove la legge è così aleatoria e la sua amministrazione così conseguente, gli investimenti si dirigono altrove.” 

Ispiratore del post ed autore di una analisi più approfondita è Marco Di Siena, avvocato in Roma, socio dello studio legale Chiomenti e dottore di ricerca in diritto tributario all'Università La Sapienza a Roma. Su lavoce.info  invita a riflettere su quale influenza possa rivestire l’attuale assetto penale tributario nell’ottica dell’attrattività del sistema Italia. 

La pervasività (e, sotto molti profili, l’imprevedibilità) del rischio penale è una caratteristica del decreto legislativo 74/2000 (e della sua interpretazione giurisprudenziale) che concorre senz’altro a vulnerare l’attrattività del sistema Italia. Per un potenziale investitore estero, l’impossibilità di avere certezza preventiva non solo del livello di tassazione effettiva a cui sarà assoggettato il proprio investimento, ma anche delle conseguenze cui rischia di essere esposto in caso di challenge delle proprie scelte imprenditoriali costituisce un minus di assoluto rilievo nella comparazione dei singoli ordinamenti. La particolare sensibilità al cosiddetto rischio reputazionale che contraddistingue alcuni esponenti aziendali (in particolare modo di estrazione straniera) costituisce poi un ulteriore handicap di cui, spesso, si sottovaluta il rilievo.”

L’autore certamente non invita ad attenuare la lotta all’evasione ma auspica una riforma del sistema in cui chi vuole essere onesto sappia come fare in base ad un dettato normativo semplice e di facile ed univoca interpretazione.

Marco Di Siena pone soprattutto l’attenzione sui rischi di possibili processi penali per (ipotetiche) condotte di evasione di opinione (rettifiche di competenza temporale, abuso del diritto, censura dei criteri di valutazione adottati in bilancio e così via).

A questo proposito torno a ricordare quanto dichiarato dallo stesso Governo italiano nel Destinazione Italia:

Il concetto di abuso del diritto è nato nell’ambito dell’Unione europea, per effetto di alcune sentenze della Corte di Giustizia limitate al comparto dei tributi armonizzati, e ha successivamente avuto uno sviluppo anche in Italia a seguito di alcune pronunce della Corte di Cassazione. Si tratta, quindi, di una fattispecie giurisprudenziale che confonde e rende incerto, con importanti ripercussioni penali, il confine fra evasione ed elusione fiscale e colpisce anche quei comportamenti del contribuente che, pur leciti, mirano a ottenere vantaggi non previsti dal legislatore. Una interpretazione troppo estensiva della definizione di abuso mina le certezze necessarie alle imprese per un’adeguata pianificazione fiscale.”

Qualche giorno fa ci confrontavamo con un collega avvocato chiamato ad assistere una multinazionale nella scelta di dove stabilire la sede europea tra Italia e Francia. Dopo aver confrontato normative e potenziali responsabilità l’Amministratore non ha avuto dubbi.

Sia chiaro che si sta parlando di aziende il cui primo obiettivo è operare nel Paese ospitante rispettandone le norme. Sono però aziende che, a differenza delle nostre Pmi possono scegliere dove insediarsi, scegliere dove investire, scegliere dove creare posti di lavoro.


Andrea Arrigo Panato

@commercialista

 

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