Omesso versamento Iva, rivista la soglia ante 2011

di Andrea Arrigo Panato - 14 aprile 2014

È stata sostanzialmente ritenuta fondata la questione sollevata dal Tribunale di Bergamo sulla “… irragionevole disparità di trattamento fra il soggetto che – essendo tenuto a versare l’IVA per un importo compreso nell’intervallo tra le due soglie (superiore, cioè, a 50.000 euro, ma non a 77.468,53 euro) – non abbia presentato la relativa dichiarazione annuale al fine di evadere l’imposta, e il soggetto che, trovandosi nelle medesime condizioni, abbia presentato regolarmente la dichiarazione senza tuttavia versare l’imposta entro il termine indicato dalla norma denunciata (il 27 dicembre dell’anno successivo)”.

L’art. 5 del D.Lgs. n. 74 del 2000 prevedeva, per la punibilità dell’omessa dichiarazione (consistente nel fatto di chi, “al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, non presenta, essendovi obbligato, una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte”), che l’imposta evasa fosse superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, a 77.468,53 euro. Ciò comportava, seguendo le osservazioni del Tribunale di Bergamo recepite dalla Suprema Corte, una conseguenza palesemente illogica, nel caso in cui l’Iva dovuta dal contribuente si situasse nell’intervallo tra le due soglie (eccedesse, cioè, i 50.000 euro, ma non i 77.468,53 euro). In tale evenienza, infatti, veniva trattato in modo deteriore chi avesse presentato regolarmente la dichiarazione Iva senza versare l’imposta dovuta in base ad essa, rispetto a chi non avesse presentato la dichiarazione, evadendo del pari l’imposta. Nel primo caso, il contribuente avrebbe dovuto rispondere del reato di omesso versamento dell’Iva, stante il superamento della relativa soglia di punibilità; nel secondo sarebbe rimasto invece esente da pena, non risultando attinto il limite di rilevanza penale dell’omessa dichiarazione.

La lesione del principio di eguaglianza insita in tale assetto è resa manifesta dal fatto che l’omessa dichiarazione e la dichiarazione infedele costituiscono illeciti incontestabilmente più gravi, sul piano dell’attitudine lesiva degli interessi del fisco, rispetto all’omesso versamento dell’Iva e ciò, nella stessa considerazione del legislatore, come emerge dal raffronto delle rispettive pene edittali (reclusione da uno a tre anni, per i primi due reati; da sei mesi a due anni, per il terzo).

Al fine di rimuovere nella sua interezza la riscontrata duplice violazione del principio di eguaglianza è necessario evidentemente allineare la soglia di punibilità dell’omesso versamento dell’Iva – quanto ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011 – alla più alta fra le soglie di punibilità delle violazioni in rapporto alle quali si manifesta l’irragionevole disparità di trattamento: quella, cioè, della dichiarazione infedele (103.291,38 euro).

La Corte di Cassazione con sentenza del 7 aprile 2014, depositata in data 8 aprile 2014, n. 80 ha quindi dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 10-ter del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell’articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205), nella parte in cui, con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla relativa dichiarazione annuale, per importi non superiori, per ciascun periodo di imposta, a 103.291,38 euro.


Leggi anche il Commento pubblicato sulla piattaforma MySolution: Omesso versamento dell'Iva e conseguenze penali: il punto della recente cassazione.


Andrea Arrigo Panato

@commercialista

prev
next

1 Commenti :

Inviato da Andrea il 19 aprile 2014 alle 8:44

leggere

Commento

Captcha