Investment Compact: che il ruling sia stralciato o meno, aiutatemi a capire…

di Andrea Arrigo Panato - 26 gennaio 2015

Il Governo sta meditando di introdurre anche nel nostro regolamento la possibilità per le grandi imprese di avviare una contrattazione preventiva con il Fisco italiano.

Obiettivo più che meritorio è ottenere chiarezza sull’elusività o meno di alcune operazioni e quella tanto agognata stabilità normativa che da tempo immemore le imprese italiane invocano senza successo.

Vedo però in questa come in altre norme del Governo alcuni vizi di fondo che, nonostante si sia in attesa di uno stralcio, credo sia utile analizzare seppur sinteticamente:

La norma mira a rassicurare gli investitori che eventuali cambiamenti alla normativa, particolarmente quella fiscale, non avranno effetti retroattivi (anche sui progetti in corso di assegnazione) tali da modificarne l’equilibrio economico e finanziario.

Perché solo per i grandi investitori? Lo statuto del contribuente resta in questo Paese poco più che una romantica dichiarazione di principio. Le Pmi italiane non hanno forse diritto a un fisco semplice e chiaro? Non hanno forse diritto ad esser tutelate di fronte a pretese retroattive e spesso motivate da sole esigenze di cassa?

Di fatto la norma è suscettibile di creare due regimi ordinamentali nel caso in cui venissero introdotte normative con efficacia retroattiva, ristabilendo un principio di civiltà giuridica sul quale si fonda qualsiasi consorzio sociale: stare pactis o pacta sunt servanda.

Il Legislatore continua imperterrito a creare nuovi regimi, nuovi binari: start up (e in futuro imprese) innovative, regime dei minimi per gli autonomi, le infinite tipologie di Srl, accordi coi grandi investitori, ecc.

Ha senso tutto ciò? Ha senso complicare e sovrapporre norme su norme senza avere il coraggio di predisporre una riforma organica del sistema fiscale? Pensiamo seriamente che tutto ciò serva ad attrarre investimenti esteri mentre tutto il resto del Sistema Paese resta ingessato?

D’altronde, nulla impedisce, sul piano della gerarchia delle fonti, che una norma di legge successiva possa derogare in via di eccezione a tale principio.

Esattamente le stesso problema in cui incappa il povero Statuto del Contribuente. Anche questo provvedimento è suscettibile di deroga da una semplice legge ordinaria. Poco più che un buon proposito quindi. Gli investitori torneranno ad aver fiducia e a investire in Italia? Difficile crederlo se i progetti per incentivarli sono di questo tenore.

Riporto sotto un estratto da una delle ultime bozze del provvedimento ribattezzato Investment Compact (via Formiche.net).

 

AREA 3 – MISURE PER L’ATTRAZIONE DEGLI INVESTIMENTI

Misura 9 (Contratto per la definizione del quadro regolatorio dei grandi investimenti produttivi)

1. Le imprese che intendono avviare piani di investimento pluriennali di importo complessivo nominale superiore a [500 milioni di euro], per importi annuali non inferiori a [100 milioni di euro], hanno accesso a una procedura di ruling che si conclude con la stipulazione di un accordo, tra il competente ufficio dell’Amministrazione pubblica e l’impresa.

2. L’impresa interessata a concludere l’accordo, invia all’amministrazione competente una bozza dello stesso; l’amministrazione entro e non oltre 120 giorni risponde all’impresa, proponendo eventuali integrazioni o rigettando la proposta. Entro i successivi 60 giorni dalla proposta di integrazione si procede alla stipula dell’accordo definitivo. Nel caso di rigetto della proposta, l’impresa può sottoporre una nuova ipotesi di accordo. In caso di più amministrazioni interessate dalla proposta, la risposta è coordinata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

3. L’accordo vincola i contraenti per la durata del piano di investimento. Le modifiche di norme successive alla sottoscrizione dell’accordo e individuate nell’accordo medesimo, non si applicano ai piani di investimento già realizzati o in corso di realizzazione.

4. Le norme settoriali suscettibili di incidere sulle condizioni economiche degli investimenti privati già effettuati o in corso di realizzazione oppure sui piani economico-finanziari delle concessioni sono adottate, inderogabilmente, previa analisi del loro impatto economico, che deve essere svolta da parte dell’Amministrazione competente sulla base del contributo conoscitivo dei soggetti portatori di legittimo interesse. L’analisi deve essere sottoposta dall’Amministrazione alla validazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio.

5. Sono escluse dall’accordo le norme a tutela della concorrenza e del consumatore, della salute e della sicurezza del lavoro, nonché le norme di derivazione comunitaria.

 

Relazione illustrativa

La norma mira a rassicurare gli investitori che eventuali cambiamenti alla normativa, particolarmente quella fiscale, non avranno effetti retroattivi (anche sui progetti in corso di assegnazione) tali da modificarne l’equilibrio economico e finanziario. La norma ha come effetto primario quello di chiedere che la relazione d’impatto normativo metta in evidenza se il cambio normativo proposto è suscettibile di avere effetti sugli investimenti in corso. L’intervento, a costo zero, ha lo scopo di stabilizzare le aspettative degli investitori sul Paese, in quanto la norma impedisce cambiamenti delle regole con effetto retroattivo.

Di fatto la norma è suscettibile di creare due regimi ordinamentali nel caso in cui venissero introdotte normative con efficacia retroattiva, ristabilendo un principio di civiltà giuridica sul quale si fonda qualsiasi consorzio sociale: stare pactis o pacta sunt servanda. Deve ritenersi assolutamente eccezionale la possibilità di cambiare le regole di gioco mentre la partita è in corso perché minano alla radice la fiducia in un intero ordinamento.

Oggettivamente è possibile che il legislatore non possa disporre di informazione completa circa gli effetti economici della norma sulle situazioni esistenti. Per questo è previsto un meccanismo di analisi e consultazione preventiva della norma e la validazione da parte di un organismo terzo (Ufficio Parlamentare di Bilancio).

D’altronde, nulla impedisce, sul piano della gerarchia delle fonti, che una norma di legge successiva possa derogare in via di eccezione a tale principio. Tuttavia resta inteso che ciò di cui stiamo parlando è l’eventualità che una norma sopravvenuta disciplini differentemente situazioni pregresse, che è situazione diversa da quella della norma sopravvenuta che vada a incidere, d’ora in poi, su rapporti concessori e di investimento già in essere. In questo caso è previsto il meccanismo del comma 4 che consente di chiedere motivatamente la non applicazione della norma; questo meccanismo, in sostanza, fa sì che la norma abbia efficacia solo per le situazioni future e non per quelle già in essere, preservando a pieno il principio tutelato dalla norma e dall’articolo 10 comma 1 della Costituzione.

 

Andrea Arrigo Panato

@commercialista

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