Note di variazione Iva nelle procedure concorsuali

di Andrea Arrigo Panato - 2 marzo 2015

La recente pubblicazione da parte dell’Aidc, Associazione Italiana Dottori Commercialisti della Norma di comportamento n. 192 contribuisce a fare chiarezza su un tema particolarmente delicato e di attualità, vale a dire il momento di emissione delle note di variazione Iva nelle procedure concorsuali.

Massima: Nel caso di procedure concorsuali, il fornitore ha diritto di emettere una nota credito ai sensi dell’art. 26, comma 2, del D.P.R. n. 633/1972, nel momento in cui l’ammontare originariamente addebitato in fattura si manifesta, in tutto o in parte, non recuperabile e, quindi, anche prima della conclusione della procedura.

L’emissione della nota di variazione, ai fini Iva, può coincidere temporalmente con la rilevazione della perdita ai fini delle imposte dirette, secondo i parametri fissati dall’articolo 101, comma 5, del D.P.R. n. 917/1986.

 

IPOTESI DI RETTIFICA

Aidc sottolinea come la norma nazionale circoscriva la rettifica facoltativa alle ipotesi in cui il mancato pagamento derivi da procedure concorsuali o procedure esecutive rimaste infruttuose, con una limitazione del campo di azione della riduzione non prevista dalla Direttiva ove si fa riferimento generico a operazioni totalmente o parzialmente non pagate.

 

MOMENTO IN CUI EMETTERE NOTA DI VARIAZIONE

In assenza di specifiche indicazioni nell’ambito dell’art. 26, comma 2, del D.P.R. n. 633/1972, il momento nel quale emettere la nota di variazione deve essere individuato in coerenza con le indicazioni delle norme della Direttiva e, quindi, in concomitanza temporale all’accadimento che genera la variazione, ovvero in un momento temporalmente coincidente con l’accertamento della irrecuperabilità del credito.

Ciò è, peraltro, coerente con quanto riconosciuto dalla stessa Amministrazione finanziaria ai fini delle imposte sul reddito, secondo cui, in presenza di procedure concorsuali, opera un automatismo di definitività della perdita che si fonda sul presupposto che l’accertamento giudiziale o amministrativo dello stato d’insolvenza del debitore costituisce evidenza oggettiva della sussistenza degli elementi di certezza e precisione.

La legittimità del riferimento alla disciplina delle imposte dirette trova una indiretta conferma anche nella circolare Agenzia entrate n. 31/E del 30 dicembre 2014 (paragrafo 22), a commento del D.L. n. 175/2014, che ha esteso la facoltà di emissione delle note di credito anche nell’ambito di procedure non concorsuali, quali l’accordo di ristrutturazione dei debiti omologato, ai sensi dell’articolo 182 bis del R.D. n. 267/1942, ovvero un piano attestato ai sensi dell’art. 67, terzo comma, lettera d), del R.D. n. 267/1942, pubblicato nel registro delle imprese. 

L’interpretazione dell’art. 26, comma 2, del D.P.R. n. 633/1972 in riferimento ai principi della Direttiva, come interpretati dalla Corte di giustizia, consente l’allineamento del momento di emissione della nota di variazione ai fini Iva con la rilevazione della perdita ai fini delle imposte dirette, determinando la precisa quantificazione della perdita per il solo imponibile, al netto dell’Iva addebitata in fattura.

 

DUBBI TRA PRASSI E DOTTRINA

La Norma di comportamento Aidc non ritiene condivisibili le indicazioni fornite con la circolare n. 77/E del 17 aprile 2000, con la quale l’amministrazione finanziaria ha osservato che, per emettere la nota di variazione, il creditore insoddisfatto deve attendere l'esito del riparto finale del fallimento reso esecutivo dal giudice delegato (ex art. 117 della legge fallimentare), dopo il decorso di dieci giorni per le eventuali osservazioni dei creditori, oppure dopo che sia stato emesso il decreto di chiusura del fallimento e sia scaduto il termine per eventuali reclami al decreto stesso (art. 119 della legge fallimentare).

 

Leggi la Nota di comportamento Aidc n. 192.

 

Andrea Arrigo Panato

@commercialista

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