Quella spinta un po’ brusca verso il futuro

di Andrea Arrigo Panato - 4 maggio 2015

Assisto con un certo stupore all’incessante diatriba tutta interna alla categoria sugli effetti positivi o negativi della fatturazione elettronica.

Sono sincero, i termini con cui si è sviluppata la questione non mi interessano granché, trovo un po’ ingenuo decantare a priori le lodi della moderna tecnologia, trovo altrettanto pericoloso quell’atteggiamento un po’ snob di chi si trincera dietro a una importante tradizione.

Noto invece con una certa preoccupazione la totale assenza di visione e un modo burocratico di gestire un elemento che potenzialmente potrebbe scardinare il settore in cui operiamo.

La fattura elettronica come altre innovazioni (se così si possono chiamare gli open data) potrebbero automatizzare o addirittura sostituire il faticoso e dispendioso data entry contabile. Se ci fermiamo solo un attimo a pensarci a breve sia le fatture (in entrata e uscita) sia gli e/c bancari potrebbero essere facilmente importati e incrociati in contabilità.

Quello che oggi è un servizio a basso valore aggiunto potrebbe lasciar maggior spazio a una più remunerativa attività di consulenza. Tutto ciò andrebbe a creare vantaggi per le imprese, per i professionisti (che giustamente hanno studiato da consulenti e non da informatici), per il fisco, ecc..

Tutto ciò però deve esser messo da subito sul piatto della bilancia. Il vantaggio non può solo essere rappresentato dal non incremento del numero di spesometri da inviare.

Rischiamo, come categoria ma soprattutto come cittadini, di lasciare che sia una burocrazia refrattaria al mercato a governare un importante elemento di discontinuità nel mercato stesso.

In sintesi se la fatturazione elettronica sarà solo l’ennesima complicazione burocratica o se invece contribuirà a ridisegnare un settore in crisi di identità dipende anche da noi e dalla visione che abbiamo del futuro.

Sono entusiasta dell’idea di poter cavalcare un cambiamento cosi radicale, potenzialmente in grado di semplificarmi la vita e l’organizzazione di Studio (in questo mi avvicino a chi si auto definisce un po’ pomposamente – mi si perdoni – commercialista 3.0). Sono parimenti terrorizzato di ritrovarmi a metà del guado, in balia di una burocrazia ormai fuori controllo e capace di leggere nell’innovazione solo la possibilità di sempre nuovi e sempre più inutili adempimenti.

Ricordiamo credo un po’ tutti le difficoltà dei primi invii telematici delle dichiarazioni fiscali, i modem 56k e i sistemi Sogei perennemente intasati sotto scadenza.

Tutto ciò però ci ha costretto a inserire internet in Studio, a modificare le procedure, ecc.. Le stesse pubbliche amministrazioni hanno provato a innovare (anche se non sono state purtroppo capaci di ripensare il loro ruolo).

La spinta propulsiva però non c’è stata perché continuiamo a utilizzare l’informatica per fare meglio ciò che facevamo prima, non comprendiamo le vere potenzialità nell’innovazione di processo.

La mente va immediatamente al sottotitolo di un libro di Nicola Palmarini “Perché cent’anni di tecnologia non hanno (ancora) migliorato il mondo” edito da Egea.

Forse è arrivato il momento di pretendere un maggior governo delle innovazioni, finalizzato a ripensare e ridisegnare i settori, soprattutto se il settore da ridisegnare è quello in cui operiamo.

 

Andrea Arrigo Panato

@commercialista

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1 Commenti :

Inviato da Salvatore Satta il 16 maggio 2015 alle 9:30

Caro collega,non sono altrettanto entusiasta per l'ennesima innovazione.Con essa la P.A. sta solo compiendo l'ennesimo sopruso ai nostri danni (e a nostre spese);il vero scopo è quello di scaricare tutto il lavoro possibile sui professionisti,punendoli se non si adeguano.L'ultima conferma di tale atteggiamento l'ho avuta ieri,quando un impiegato, di basso ordine,si è rifiutato di trattare alcuni contenziosi perchè non passati prima al setaccio di CIVIS.Non è valso sostenere che avevo necessità di un confrnto,non di inviare dati.Rendiamoci conto che da anni il sistema è orientato a tutelare propri interessi e carriere e affari per le case di software scapito dei professionisti.Gli impagabili strumenti del dialogo e dell'autotutela stanno scomparendo con la conseguenza di contenziosi in crescita e amministrazioni che non funzionano.Altro esempio: l'eliminazione della carta è diventato un imperativo, ma siamo sicuri che sia sempre un beneficio? L'informatica è diventato un treno impazzito e spesso complica e non agevola (nessuno,ad es. pensa all'utilizzo di un'unica modalità di linguaggio nei documenti-es. il collaudato documento pdf-piuttosto che cambiare continuamente ciber-lingue? Dovremmo comprendere che dietro queste incessanti modifiche si nascondono gli interessi della P.A. e delle case di software,di cui noi professionisti paghiamo il conto più salato,spesso togliendo tempo prezioso allo studio e alla consulenza,quella vera.Da ultimo: perchè non diciamo che,dal momento che ormai tutto va telematizzandosi,la P.A. non ha affatto bisogno di tanti dirigenti che guadagnano quanto 10,20 dipendenti e tra questi molti non fanno più nulla e non sanno più discutere un problema. Altro che salvare a tutti i costi le posizioni illegittime o adibire impiegati a distribuire tagliandi per far la coda agli sportelli! Freniamo l'entusiamo, caro collega: lo condividerei a patto che servisse davvero a migliorare le cose,ma sempre lascerei in alternativa la strada già nota,almeno a chi non deve fare operazioni molto complesse.Scusami se ti ho annoiato. Cordiali saluti da Cagliari salvatoresatta@tiscali.it

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