Il business plan dello studio professionale

di Andrea Arrigo Panato - 1 settembre 2015

Settembre, con la ripresa dell’attività dopo la pausa estiva, è sempre un momento di enunciazione di buoni propositi.

Riporto qualche appunto in ordine sparso che spero possa offrire qualche occasione di riflessione al lettore, provando anche ad aprire una conversazione sul tema.

Lo studio professionale, come una qualunque impresa, si trova costretto in diversi momenti della propria esistenza a pensarsi o a ripensarsi.

Se è vero che predisporre un business plan è importante in fase di start up è altrettanto vero che sono sempre più numerosi i momenti di discontinuità in cui è necessario fermarsi per provare a pianificare il futuro della nostra attività.

Più di una volta in questi anni mi è parso che la crescita di studio procedesse per gradini e affrontare un salto rappresenta sempre un momento faticoso e complesso rispetto a una crescita uniforme e costante (raffigurata dalla classica linea retta inclinata).

Il gradino, o salto che dir si voglia, è spesso caratterizzato da nuove assunzioni, nuova percezione di sé e della qualità dei servizi dello studio, a volte persino di un nuovo target di riferimento o dall’introduzione di una nuova specializzazione.

Sempre più spesso assistiamo al nascere di realtà specializzate e ben organizzate in grado però di creare un rapporto di interazione diretta con il cliente tipico degli studi tradizionali.

Tutto ciò è possibile solo in presenza di uno spirito imprenditoriale che sia orientato all'investimento e all'innovazione, cosa non semplice per un professionista.

In questo la formalizzazione del business plan può aiutare a imporsi quella disciplina necessaria a cui spesso il professionista per sua natura rifugge.

Il progetto, per essere sostenibile, deve infatti esplicitare le scelte strategiche che si vogliono mettere in pratica, ovvero:

  • in quale mercato competere (dove);
  • con quali servizi (come);
  • make or buy;
  • con quale orizzonte temporale (quando);
  • con quale propensione all’innovazione (perché);
  • infine con quali risorse finanziarie.

Il business plan non deve esser visto come un enorme documento faticoso e costoso (anche in termini di tempo), ma come un agile strumento che tenga sotto controllo le aree di rischio ed evidenzi le strategie ed i margini di manovra dello studio.

Oggi la variabile probabilmente più critica è quella dimensionale. Impone scelte non banali e spesso decisive per lo studio.

Una interessante occasione per iniziare a riflettere sul business plan può essere in alcuni casi la pianificazione della propria attività professionale online.

Qui qualche suggerimento, tutto da approfondire e definire sulla base della propria attività:

  • il sito è un business plan, analizzare il nostro settore e quelli contigui;
  • creare alleanze con clienti e fornitori rafforzando la catena del valore;
  • ascoltare e coinvolgere i clienti;
  • è fondamentale decidere cosa smettere di fare, imparare cosa non fare, saper dire no;
  • rafforzare il brand in rete, raccontare esperienze e case history;
  • analizzare sinceramente se siamo interessanti (per partner, clienti, collaboratori, ecc);
  • formazione e innovazione continua;
  • scegliere sempre i migliori partner e fornitori. Meccanismo virtuoso, lavorare con il meglio ci impone di migliorare;
  • non si va in rete per cercare clienti ma per creare relazioni.

 

Scarica il documento: “Linee guida alla redazione del business plan (Cndcec)”.

 

Andrea Arrigo Panato

@commercialista

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