Aiutare qualcuno a fare, da pari a pari, con rispetto reciproco

di Andrea Arrigo Panato - 11 luglio 2016

L’immagine della nostra professione spesso oscilla in maniera indeterminata e pericolosa tra quella del consulente della multinazionale americana e quella dell’impiegato pubblico. Perdendo in qualche modo quelli che sono i nostri punti di forza e quella che è la nostra storia e la nostra identità: professionalità, deontologia e riservatezza.

Da bambino non riuscivo a capire bene che lavoro facesse mio padre, anche lui commercialista, e ricordo che mi colpì molto una pubblicità istituzionale dell’allora Cndc di cui sono riuscito a recuperare anni fa solo una vecchia immagine un po’ rovinata, che mi piace conservare e riproprorvi (scusandomi della pessima qualità ma in rete non ho trovato nulla di più definito). Mi fu subito chiaro che mio padre “aiutava qualcuno a fare”, da pari a pari, con rispetto reciproco. Non riuscivo a capire molto di più, ma compresi che era una bella professione. Una professione libera (mio padre ci teneva molto a sottolinearlo anche se allora non ne comprendevo bene il perché).

 

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L’altro giorno è nata una piccola polemica in rete (complice qualche nervosismo preelettorale) su un’iniziativa istituzionale. Il fatto non merita troppo rilievo ma mi hanno subito riportato di buon umore queste brevi considerazioni di Roberta Dell’Apa: “La capacità di fare le cose ordinarie in modo straordinario è qualità dei professionisti che dovrebbero far parte della categoria nella quale io mi riconosco. Il dibattito non può limitarsi alla contrapposizione tra “attività ordinaria” e specializzazione. Dobbiamo spostare l’attenzione sull’identificazione delle attività, dei contenuti e della qualità. Non possiamo accettare di ambire a identificarci con i funzionari pubblici. Il Dottore Commercialista che fino ad ora ha svolto prevalentemente l’attività ordinaria relativa alla contabilità alle dichiarazioni fiscali agli invii telematici ha prestato un importante servizio alla propria clientela e ha, prima di altri, sviluppato, gioco forza, le competenze tecnologiche. Sfruttiamo queste peculiarità e capacità verso altri fronti, apriamo la mente ad altri mercati e iniziative. Smettiamola di limitarci a “registrare” i numeri e forniamo alle imprese l’adeguata consulenza attraverso la lettura e l’elaborazione dei numeri. Non possiamo ambire ad avere un riconoscimento pubblico solo perchè prestiamo un servizio pubblico. Andiamo oltre. E non aspettiamo che altri ci diano un mercato di clientela, costruiamocelo. Ma questo è difficile, dobbiamo ragionare ed essere uniti e pensare che queste dovrebbero essere le priorità rispetto alle beghe di palazzo. Forse non ce la possiamo fare. O forse questo è ciò che ci meritiamo.”

La mia mente è subito riandata a quella foto su un vecchio giornale e mi ha strappato un sorriso perché la mia immagine della professione in fondo è ancora quella, dell’imprenditore e del commercialista che dopo una giornata di lavoro sono ancora lì, a tarda sera, a lavorare su un progetto. Insieme.

Le imprese oggi hanno difronte sfide importanti, crescita dimensionale, marketing e finanza, devono conoscere il loro settore e internazionalizzarsi. Noi professionisti dobbiamo riscoprire il nostro ruolo (probabilmente ritrovando e rinnovando valori antichi) per accompagnarle in questo percorso e dobbiamo farlo in fretta. Le energie di tutti devono essere focalizzate su innovazione e rinnovamento. Non su altro.

Le scuole di specializzazione posso essere una grande opportunità per riflettere sul nostro ruolo di professionisti, se non dimenticheremo la grande capacità di sintesi e di visione dell’impresa a 360 gradi che da sempre accompagna la nostra professione.

Non possiamo più permetterci di perdere tempo in interpretazioni fiscali a orologeria, nel seguire orientamenti contrastanti in giurisprudenza su argomenti spesso di scarsa rilevanza e che trovano la loro complessità solo nella pigrizia del legislatore nel fare chiarezza. Lo Stato deve tornare a essere al servizio del contribuente e non viceversa.

Non dobbiamo aggiungere burocrazia a burocrazia, dobbiamo pretendere il rispetto dello statuto del contribuente e una forte semplificazione della normativa per essere messi nelle condizioni di poter “aiutare qualcuno a FARE, da pari a pari, con rispetto reciproco”.

 

Andrea Arrigo Panato

@commercialista

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