Quel sottile piacere del “dolce far niente”

di Andrea Arrigo Panato - 1 agosto 2016

Come ogni estate faccio mia la famosa citazione di Jerome Klapka Jerome “È impossibile godere a fondo l’ozio se non si ha una quantità di lavoro da fare”.

Ancora pochi giorni e potrò riscoprire per qualche tempo il sottile piacere del “dolce far niente” (il corsivo nei vecchi libri tradotti da autori inglesi di fine ‘800 era solitamente accompagnato dalla nota “in italiano nel testo” quasi a voler sottolineare, nel bene e nel male, lo stretto legame con il nostro Paese).

Non ho propositi né particolari impegni se non disegnare una favola con mio figlio, ne parliamo ormai da tempo, fantastichiamo sui personaggi, sui colori da usare e finalmente avremo il tempo di disegnare, una pagina a testa, questa fantastica avventura.

Di mio nello zaino infilerò le famose Lezioni americane di Calvino, molto citate, ne ho letti diversi estratti ma mai nella loro interezza.

Ogni lezione prende spunto da un valore della letteratura che Calvino considerava importante e alla base di quella del nuovo millennio. L’ordine delle lezioni non è casuale; segue, infatti, una gerarchia decrescente; si comincia dalla caratteristica più importante (la leggerezza) e si procede con la trattazione di quelle meno essenziali:

  1. leggerezza;
  2. rapidità;
  3. esattezza;
  4. visibilità;
  5. molteplicità;
  6. coerenza (solo progettata).
 

IL PIACERE DELL’OZIO PER RISCOPRIRE LA FORZA DELLA PAROLA

In particolare riporto un passo citato in alcuni commenti che mi è parso molto in tema con il mio amato ozio: “...Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.

Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media,nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio a essere colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta di immagini, i più potenti mass-media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola di immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio.

Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine. Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita e a cui cerco d’opporre l’unica difesa che riesco a concepire: un’idea della letteratura...”.

Per queste vacanze più libri, più pennarelli e meno smartphone. Lo prometto.

 

Andrea Arrigo Panato

@commercialista

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