Terzo settore, puntare sulla trasparenza

di Gabriele Ventura - 16 dicembre 2016

Terzo settore all’insegna della trasparenza. Attraverso l’attendibilità dei dati e delle informazioni, la formulazione di norme volte a creare strutture adeguate e funzionali al perseguimento della missione e certezza del diritto. Sono alcune delle proposte avanzate dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili per l’attuazione della riforma del Terzo settore.

Siamo infatti arrivati alla fase di emanazione dei decreti attuativi per rendere operativa la nuova disciplina. “Spetta a Governo e Ministeri competenti dare sostanza ai principi generali”, afferma il presidente Cndcec, Gerardo Longobardi, nel corso di un convegno organizzato nei giorni scorsi dalla categoria, “a loro sottoponiamo una serie di proposte che puntano innanzitutto a dare maggiore trasparenza al movimento”.

Per i commercialisti, ha spiegato il Consigliere nazionale delegato alla materia Sandro Santi, è innanzitutto “importante che i decreti siano tra di loro coordinati, che il nascituro Registro unico del Terzo settore diventi un vero strumento di trasparenza e non sia invece una semplice anagrafe”. Per la categoria servono poi “adeguate forme di amministrazione e controllo, i migliori strumenti per conferire a tutto il settore quella attendibilità a tutela dei suoi stakeholder di cui oggi è troppo spesso privo”. Ad esempio, è evidente, secondo Santi, "che un no profit più trasparente tornerebbe utile anche all’erario e all’amministrazione finanziaria”. Obiettivo dei decreti deve anche essere, per la categoria, quello “di conferire certezza agli operatori e ai professionisti che operano a contatto con gli enti del Terzo settore”.

Per quanto riguarda le proposte, tra le priorità su cui i decreti dovrebbero convergere, secondo i commercialisti c’è la trasparenza. “Oggi”, sottolineano i commercialisti, “trasgredire a questo imperativo, che è prima etico che legislativo, è in alcuni casi troppo facile”. Servono quindi attendibilità dei dati e delle informazioni, formulazione di norme atte a creare strutture adeguate e funzionali al perseguimento della missione, certezza del diritto.

Inoltre, a parere del Cndcec, le disposizioni attuali in materia di amministrazione sono insufficienti. La proposta del Consiglio nazionale dei commercialisti è che l’organo di controllo diventi uno strumento di tutela per tutti i soggetti coinvolti, affinché le irregolarità siano “prevenute” e non debbano essere “curate” con sanzioni che possono compromettere anche il pertinente progetto di perseguimento di interesse generale. Spesso gli accertamenti, per esempio, evidenziano irregolarità nella gestione non dovute a volontà di infrangere le disposizioni normative, bensì alla mancanza di conoscenze tecniche. La figura del “controllore”, garantendo gli stakeholders sull’attività svolta, dovrebbe assumere, sempre nel rispetto dei ruoli, una funzione di supporto all’ente.

Le proposte dei commercialisti si soffermano poi sulla rendicontazione finanziaria e non finanziaria e sulla pubblicazione e deposito del bilancio. Secondo la categoria, in particolare, gli enti del Terzo settore hanno un obbligo morale, prima ancora che normativo, nel rendere conto dell’attività svolta con le risorse messe a disposizione. Ogni ente dovrebbe quindi disporre di un sistema informativo, mostrando come le risorse fornite vengano utilizzate e quanto correttamente siano gestite. C’è dunque la necessità di pubblicare e depositare il bilancio, inclusivo delle necessarie informazioni di natura sociale, nel Registro unico, il quale, dovrebbe essere reso un elemento comunicativo essenziale.

La legge delega prevede, inoltre, la predisposizione di “Linee guida in materia di bilancio sociale e di sistemi di valutazione dell’impatto sociale delle attività svolte dagli enti del Terzo settore”. Il Consiglio nazionale dei commercialisti si rende disponibile a contribuire alla loro realizzazione, così come alle linee guida sul bilancio “tradizionale”, vista l’ampia esperienza accumulata ed avendo già elaborato proposte in questo senso.

Quanto alla fiscalità, la legge delega riconosce differenti e crescenti livelli di merito di tutela in ragione delle finalità di solidarietà sociale e delle attività di interesse generale perseguite. Un principio a parere dei commercialisti condivisibile che però, necessariamente, richiederà un’attenta analisi anche in merito alla definizione dei concetti principali. Per la categoria, lo sviluppo della normativa dovrebbe partire dall’assunto che l’esercizio di un’attività commerciale, intesa quale attività corrispettiva di autofinanziamento, dovrebbe quindi, essere concessa, in quanto strumentale al raggiungimento dello scopo istituzionale. Condivisibile, poi, anche la previsione di benefici in ragione dell’impatto sociale “effettivamente realizzato”. Tale previsione dovrà essere necessariamente collegata con le disposizioni in materia di controllo e con la definizione di un sistema di misurazione chiaro e funzionale.

Inoltre, secondo la categoria le situazioni di crisi degli enti del terzo settore dovrebbero essere gestite non solo in base alle norme del Codice civile, ma anche in base allo statuto dell’imprenditore commerciale. Se l’attività commerciale non è marginale e accessoria, si dovrebbero applicare procedure come concordato preventivo, fallimento ed accordo di ristrutturazione. Se invece prevale l’attività solidaristica, i commercialisti propongono di applicare le procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento.
Uno degli obiettivi dichiarati della riforma è inoltre lo sviluppo dell’impresa sociale. L’attività economica nel Terzo settore non deve essere demonizzata, sottolineano i commercialisti, bensì regolamentata in modo adeguato, al fine di premiare quelle attività che contestualmente svolgono il proprio lavoro in settori di utilità sociale e non hanno scopo di lucro. In questo senso, secondo la categoria, è dirimente la previsione di benefici tangibili per agevolare il settore, tenendo in considerazione i vincoli posti dall’Unione Europea e, contestualmente, agevolando anche l’investimento in attività d’impresa di interesse generale.

I commercialisti chiedono anche che gli Ordini professionali vengano consultati per la definizione delle norme transitorie, necessarie per permettere agli enti di affrontare cambiamenti così profondi.

Gabriele Ventura

@gabrivent

 

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