Dati aperti: l’Unione europea alla prova della nuova direttiva sul riutilizzo delle informazioni del settore pubblico

di Morena Ragone - 3 luglio 2013

È approdata finalmente in G.U.C.E. lo scorso 27 giugno (n. L175), dopo l’approvazione del 13 giugno ad opera del Parlamento europeo, la direttiva 2013/37/UE del 26 giugno 2013, relativa alla revisione delle norme sull’utilizzo del patrimonio informativo del settore pubblico di cui alla direttiva 2003/98/CE.

Il testo – il cui accordo è stato raggiunto in soli 16 mesi – realizza una gran parte delle proposte della Commissaria Kroes, la quale, anche in questa occasione, non ha mancato di sottolineare il grande valore di tali informazioni – “we’re basically sitting on a goldmine” – strumento fondamentale di  rilancio dell'economia e di creazione di nuovi posti di lavoro.

La finalità precipua del riutilizzo delle informazioni pubbliche resta, quindi, l’insieme delle opportunità economiche offerte dalla circolazione dei dati, cui anche la trasparenza, la responsabilizzazione e il “ritorno di informazione” generato dai dati aperti appaiono essere finalizzate (“allowing re-use of documents held by a public sector body adds value for the re-users, for the end users and for society in general and in many cases for the public body itself, by promoting transparency and account­ability and providing feedback from re-users and end users which allows the public sector body concerned to improve the quality of the information collected”, considerando 4).

Nel comunicato di presentazione della direttiva, la commissaria Kroes cita l’esempio del catasto spagnolo, la cui abolizione dei costi, nel 2011, ha moltiplicato di 15 volte il numero delle aziende che hanno fatto accesso ai dati, scaricandoli.

Rispetto alla precedente direttiva del 2003, la riforma ha modificato alcuni articoli – 1, 2, 3, 5, 6, 7, 8, 9, 11 e 13 – ed aggiornato alcune importanti definizioni ('formato leggibile meccanicamente', 'formato aperto', 'standard formale aperto').

La nuova direttiva, che dovrà essere recepita entro il 18 luglio 2015, si concentra su alcuni punti essenziali:

  • istituisce nuovi diritti sui dati pubblici, sancendo il generale principio di riutilizzabilità degli stessi (articolo 3), qualora non coperti da una delle eccezioni previste dalla direttiva o indisponibili ai sensi delle normative nazionali sul diritto di accesso (“a clear obligation for Member States to make  all documents re-usable unless access is restricted or excluded under national rules on access to documents and subject to the other exceptions laid down in this Directive”, considerando 8), nel rispetto della proprietà intellettuale (considerando 9) e della privacy (considerando 11);
  • introduce un principio di disponibilità dei dati/documenti, in qualsiasi formato o lingua esso sia stato formato, senza obbligo di adeguamento che vada al di là della semplice manipolazione (“public sector bodies shall make their documents available in any pre-existing format or language... omissis... Paragraph 1 shall not imply an obligation for public sector bodies to create or adapt documents or provide extracts in order to comply with that paragraph where this would involve disproportionate effort, going beyond a simple operation”, articolo 5)
  • disciplina il contenimento dei costi marginali (art. 6), con previsione esplicita dei casi eccezionali per i quali è previsto il pieno recupero degli stessi. Gli enti saranno obbligati, in tal modo, e rendere trasparenti le regole e le metodologie di calcolo, fermo restando la possibilità di non imporre costi per l’uso ed il riutilizzo dei dati (“the upper limits for charges set in this Directive are without prejudice to the right of Member States to apply lower charges or no charges at all”, considerando 22 e 24);
  • estende le norme al patrimonio culturale di biblioteche, musei ed archivi (art. 3, comma 2): l’estrema importanza di questa disposizione è dimostrata dal clamoroso esempio di Europeana, che conta, al momento, oltre 25 milioni di prodotti culturali digitalizzati e disponibili per chiunque – con relativi metadati – in pubblico dominio (CC0). L’Unione è consapevole della ricchezza di tale patrimonio, cui dedica i considerando da 14 a 18, che non solo segnano la prospettiva verso la totale condivisione del patrimonio culturale europeo – e le relative potenzialità, evidenziate, del loro riutilizzo nel turismo e nella formazione – ma che presuppongono, oltretutto, un’opera almeno minima di omogeneizzazione delle normative e delle prassi relative (“minimum harmon­isation of national rules and practices on the re-use of public cultural material”, considerando 17).

Essa, inoltre, si sofferma su:

  • il principio del riutilizzo, quale valore aggiunto per qualsiasi utilizzatore finale (“open data policies which encourage the wide availability and re-use of public sector information for private or commercial purposes, with minimal or no legal technical or financial constraints, and which promote the  circulation of information not only for economic operators but also for the public, can play an important role in kick-starting the development of new services based on novel ways to combine and make use of such information, stimulate economic growth and promote social engagement”, considerando 3);
  • la necessità di liberare grandi quantità di dati da tutti i paesi, con previsione di norme tra loro coerenti per rendere più facile la gestione transfrontaliera (“a minimum harmonisation is required to determine what public data are available for re-use in the internal information market”, considerando 6);
  • l’opportunità che la Commissione assista gli Stati membri nell’attuazione della direttiva, fornendo orientamenti sulle licenze standard raccomandate, le serie di dati e l’im­posizione di un corrispettivo in denaro per il riutilizzo di documenti (“the Commission should assist the Member States in implementing this Directive in a consistent way by issuing guidelines, particularly on recommended standard licences, datasets and charging for the re-use of documents, after consulting interested parties”, considerando 36).

Nella direzione verso la totale condivisione del patrimonio culturale europeo, trova comunque posto il “suggerimento” di limitare il riutilizzo a tre sole tipologie di istituzioni culturali – musei, biblioteche, archivi – che lascia fuori le istituzioni delle “arti dello spettacolo”, per – purtroppo ovvi – possibili conflitti con la normativa in tema di proprietà intellettuale (“the extension of the scope of Directive 2003/98/EC should be limited to three types of cultural estab­lishments – libraries, including university libraries, museums and archives”, considerando 18)

Molto interessante, ad avviso di chi scrive, anche il riferimento che il considerando 20 fa alla opportunità che la disponibilità dei dati sia effettuata in modo coerente con i principi previsti dalla direttiva INSPIRE 2007/2/CE, che disciplinano i requisiti di compatibilità e fruibilità dei dati territoriali: un primo, importante passo verso quella necessaria uniformità – a livello di formati, granularità, metadatazione – che sola può garantire il pieno potenziale dei riutilizzo.

Morena Ragone

@morenaragone

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