Dalle Pmi quasi 8 miliardi in innovazione

di Gabriele Ventura - 29 maggio 2014

Le piccole e medie imprese investono in innovazione quanto le grandi aziende. Su un totale di spesa pari a circa 15,9 miliardi di euro, infatti, ben 7,8 miliardi sono a carico delle Pmi. A puntare sull’innovazione, tra le Pmi, sono soprattutto quelle di dimensioni maggiori e, per quanto riguarda il settore di attività, quelle a vocazione manifatturiera. È quanto emerge, tra l’altro, dal rapporto “Le tendenze innovative della piccola e media imprenditoria italiana”, presentato il 20 maggio scorso a Focus Pmi 2014, quarta edizione dell’Osservatorio Annuale sulle Piccole e Medie Imprese italiane, promosso dallo studio legale e tributario LS Lexjus Sinacta e svoltosi presso la sede di Borsa Italiana a Milano. L’indagine, condotta dall’Istituto Guglielmo Tagliacarne su un campione di 1.150 aziende e riferita al periodo gennaio-dicembre 2013, si è posta l’obiettivo di verificare la propensione delle Pmi a ricercare in modo stabile strategie e processi innovativi, mettendo in risalto alcune tendenze di rilievo. E contrariamente a quanto emerge dalle rilevazioni a livello europeo, l’Italia presenta una grande capacità di innovazione, che deriva in larga misura dal contributo delle Pmi e dalla loro propensione a innovare in maniera trasversale e integrata. A differenza di altre economie europee, dove il contributo delle grandi aziende è preponderante, in Italia, come detto, emerge un sostanziale equilibrio tra le risorse investite in innovazione dalle Pmi (49%) e dalle grandi aziende (51%). Oltretutto, i 7,8 miliardi di euro investiti dalle piccole e medie imprese sono in linea con paesi come la Germania, dove le Pmi hanno dedicato 9,3 miliardi di euro all’innovazione su un totale di 70 miliardi. Anche in termini di quota di imprese innovative, il sistema produttivo nazionale si posiziona avanti rispetto alla media dell’Unione Europea: innova il 56,3% delle imprese italiane, incidenza superiore a quella dell’UE-27, pari al 52,9%. In linea con quanto rilevato dall’indagine, questi dati indicano come l’innovazione in Italia venga perseguita dalle imprese non solo attraverso gli investimenti nella ricerca e sviluppo, ma anche e soprattutto con l’acquisizione di know how e apparecchiature innovative. Quanto ai settori, nel triennio 2010-13 hanno più frequentemente introdotto innovazioni le aziende della meccanica, dell’elettronica e dell’automotive (57% dei casi), seguite dall’alimentare (56,7%).

 

LA PMI CHE INNOVA CRESCE DI PIÙ

L’analisi ha individuato tre principali categorie di Pmi, ad alta (16% circa), media (52% circa) e bassa innovazione (31% del campione). Quelle più innovative hanno registrato una crescita maggiore rispetto alle altre, con incrementi del fatturato nel triennio 2010-13 per ben il 29% di queste. Quota che si dimezza al 15% per le aziende a media innovazione e addirittura al 5% per quelle a bassa innovazione. Lo stesso trend si osserva prendendo in considerazione il parametro dell’occupazione. Inoltre, l’innovazione va di pari passo con la sinergia. Secondo l’indagine, infatti, le imprese che fanno parte di reti rappresentano il 15,3% tra quelle a elevato contenuto innovativo, contro il 7,4% e il 6,2% tra quelle, rispettivamente, a media e bassa innovazione. Le Pmi più innovative sono anche quelle che riportano progressi maggiori su fattori strategici per la competitività dell’azienda, quali l’aumento della capacità produttiva e un migliore utilizzo delle risorse umane. Al contrario, a minori livelli di innovazione, le imprese puntano in maggior misura su fattori di più “basso profilo”, quali il contenimento dei costi, l’adeguamento agli standard qualitativi internazionali e le possibilità di accesso ai mercati. L’investimento in capitale umano a elevata competenza non è considerato un elemento chiave in Italia: l’80% circa di imprese assume al massimo il 9% di personale high-skills sul totale delle assunzioni, mentre in Germania il 67% delle imprese assume meno del 10% di personale a elevata competenza, mentre in Spagna il 46%.

 

IL POTENZIALE INESPRESSO

L’indagine si focalizza poi sull’auto percezione delle Pmi e sulle effettive innovazioni introdotte. Tra quelle che si definiscono altamente innovative, il 79,8% ha introdotto innovazioni. Percentuale che scende al 60,7% tra quelle posizionate a metà e al 14,3% tra quelle che, invece, si dichiarano poco innovative. Inoltre, circa una Pmi su cinque tra quelle che si definisce molto innovativa, di fatto nel triennio 2011-2013 non ha introdotto innovazioni, un aspetto che, secondo l’indagine, fa presupporre una perdita di competitività e di capacità innovativa. Al tempo stesso, tra le aziende che si sono definite “con bassa propensione a innovare”, si rileva un sottogruppo pari al 25% del totale che appare propenso, pur non essendone pienamente consapevole, a operare nella direzione dell’innovazione, destinando risorse umane e finanziarie, realizzando specifiche attività, effettuando investimenti per la crescita dell’azienda e ricercando collaborazioni con altre imprese per creare quelle sinergie necessarie alla crescita competitiva. In particolare, una Pmi su sette tra quelle che si definiscono meno innovative ha di fatto introdotto all’interno della propria azienda innovazioni significative, un fattore che potrebbe consentire di spostarsi verso aree di mercato in grado di offrire maggiori opportunità.

L’indagine ha così rilevato la presenza di numerose aziende propense a operare nella direzione dell’innovazione, ma non pienamente consapevoli del proprio potenziale, che necessitano di un supporto affinché l’innovazione si integri in tutti i processi aziendali. “La quarta edizione di Focus Pmi”, ha commentato Franco Casarano, partner dello studio legale e tributario Ls Lexjus Sinacta, “offre un contributo importante per comprendere meglio i fattori determinanti per la crescita e la competitività delle aziende italiane piccole e medie sui mercati internazionali. L’innovazione è la chiave di volta da questo punto di vista e il dibattito di oggi conferma che le Pmi, con la loro capacità di dare vita a processi innovativi trasversali e articolati, possono dare un contributo decisivo nel colmare il deficit che il nostro Paese ha accumulato nel recente passato. A patto che si offra loro sostegno nei percorsi di sviluppo tecnologico, nell’accesso al credito, nella fiscalità”.

 

Gabriele Ventura

@gabrivent

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