Le Pmi italiane nel contesto internazionale

di Thomas Manfredi - 11 dicembre 2014

L’economia italiana, non è una novità, è caratterizzata dalla presenza dominante di piccole, se non piccolissime imprese. In un ambiente economico in vorticoso cambiamento dagli ‘90 in avanti, ciò che pareva essere un punto di forza della nostra struttura industriale si è vieppiù trasformato in un fattore di debolezza.

I dati comparativi più recenti, a livello internazionale, possono aiutare a illustrare il fenomeno. I dati presentati fanno parte di un progetto Ocse mirato allo studio della dinamica occupazionale delle imprese, con definizioni e fonti di dati, i registri con i dati individuali delle imprese, omogenei e comparabili. Prima di mostrare i dati, una breve introduzione metodologica. Le imprese, di qui in avanti, saranno categorizzate come micro se il numero dei loro occupati non supera le 9 unità, in piccole fra 10 e 49, medie fra 50 e 249 e grandi se con più di 250 dipendenti. In più con start up si intendo le imprese attivate da 2 anni o meno, giovani fra i 3 e i 5 anni, mature fra i 6 e i 10 anni, e vecchie se attive da più di 10 anni.

Quali sono, dunque, le evidenze empiriche? Qual è la struttura dominante delle imprese italiane vis à vis gli altri paesi più sviluppati?

 

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La figura 1 mostra una prima peculiarità italiana: la quota di imprese che non superano mai il tetto dell’unico dipendente (mono-imprese) è alta nel contesto internazionale, quasi il 25% per le imprese manifatturiere e il 50% di quelle nei servizi, in quest’ultimo caso anche la quota parte dell’occupazione, quasi il 16%, è altissima se paragonata ad altri paesi Ocse.

 

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Escludendo dall’analisi tali piccole realtà imprenditoriali, anche la quota parte di micro imprese, il 90% del totale registrato con un’occupazione pari al 40% del totale, ci pone al primo posto fra i paesi analizzati. Per quanto riguarda la vita media delle imprese, vi è da notare come il nostro paese si caratterizzi per una struttura piuttosto sbilanciata verso imprese vecchie, con età media superiore ai 10 anni. Le quota di start up è bassa se comparata ad altri paesi Ocse. Piccole e mediamente vecchie, dunque, il che fa trasparire un preoccupante gap d’innovazione.

 

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I dati mostrati sin qui sono utili per farsi un’idea statica della struttura imprenditoriale italiana. Ma cosa dire della dinamica? Quanta parte dell’occupazione lorda o netta creata (la seconda si distingue dalla prima se si considerano anche i lavoratori licenziati) è dovuta alle Pmi? I grafici che seguono mostrano come gran parte dei nuovi posti di lavoro creati siano dovuti a imprese giovani, mentre le micro start up che crescono contribuiscono in piccola parte, se paragonate alle imprese di altri paesi, all’aumento dell’occupazione. Il vero problema risiede dunque nella scarsa propensione alla crescita delle nostre Pmi, che invece non sono molto dissimili in quanto a livelli produttività. È infatti noto che la distribuzione del livello di valore aggiunto per ora lavorata, o per lavoratore, cresce al crescere dell’imprese stesse. Il nostro gap di produttività, rispetto ai nostri partner internazionali, è da cercarsi perciò associato alla scarsa propensione alla crescita dimensionale.

 

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Quali sono i fattori che più di altri spiegano questo scarso dinamismo occupazionale? È causato da politiche errate? O anche le pratiche manageriali delle imprese stesse contribuiscono in modo determinante a questo fenomeno? Per quanto riguarda il primo aspetto, le evidenze empiriche mostrano come mercati dei beni e dei servizi poco liberalizzati e mercati del lavoro ingessati abbiano effetti negativi sulla riallocazione del lavoro fra imprese, con effetti nefasti sulla dinamica della loro produttività. Il grafico sottostante mostra la covarianza fra la dimensione e la produttività d’impresa. Valori positivi indicano come l’allocazione reale dell’occupazione sia correlata positivamente con la produttività rispetto a una situazione in cui il lavoro sia allocato in maniera causale fra le imprese. Il dato italiano, come si nota, è basso, il che indica scarsa efficienza allocativa: vi è ampio margine di miglioramento. Quelle più produttive non sono quelle con più crescita occupazionale, nel nostro paese. Individuare e correggere le politiche che distorcono l'allocazione ottimale dei talenti e delle competenze è dunque prioritario. Il grafico successivo mostra invece la distribuzione della qualità del management, misurato sua una scala quantitativa, per diverse tipologie di controllo dell’impresa. Come si nota nei paesi Ocse in media, le imprese a conduzione familiare hanno un gap di conoscenze e pratiche imprenditoriali rispetto a imprese con controlli azionari diffusi o con management professionale separato dalla proprietà familiare. La distribuzione di tale tipologie di controllo è sfavorevole nel nostro paese – le imprese a proprietà e conduzione familiare sono maggioritarie – e ciò si trasla negativamente sull’innovazione, sulla produttività e sulla crescita occupazionale. Uno sforzo aggiuntivo, per migliorare una situazione difficile, al di là della politica, è perciò chiesto anche ai nostri imprenditori. Nell’attuale contesto concorrenziale, imprese piccole e poco dinamiche sono diventate una palla al piede per lo sviluppo economico italiano.

 

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Thomas Manfredi

@ThManfredi

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