Altro che digitale, è l’automotive che tira!

di Andrea Arrigo Panato - 28 settembre 2015

Continuo a sorprendermi su come il racconto che questo Paese da di se stesso sia così incredibilmente lontano dalla realtà. Le recenti buone notizie in tema di leggera ripresa infrangono gran parte della vulgata nazionale. Dobbiamo le deboli speranze di ripartenza alla ritrovata competitività di Fca e alla decisione di ridare lavoro agli impianti italiani da parte di Marchionne.

Ci siamo ubriacati di innovazione e startup dimenticandoci per anni che la vecchia industria, quella meno alla moda, è in realtà quella che maggiormente fa la differenza in termine di Pil e soprattutto di occupazione.

Sia chiaro che non sottovaluto l’importanza degli effetti che il digitale può avere in Italia. Purtroppo però il Paese si è appassionato nel fare siti web quando altrove la rivoluzione digitale ha distrutto e reinventato interi settori (es. Uber, ecc). Ho letto con molta attenzione l’intervista al Prof. Venier di Giada Marangone “Digital transformation: nuove strategie, nuovi processi e nuove competenze” e vi invito a provare a immaginare come applicare (con tutte le difficoltà che ben comprendo) quei concetti ai nostri studi. Perché internet non è solo sito e Facebook.

E mentre noi festeggiamo felici la tempesta che si abbatte sul Gruppo Volkswagen dimentichiamo velocemente che gran parte dei fornitori sono italiani, che è proprio l’industria tedesca ad aver salvato parte della filiera dei fornitori Fiat durante la lunga notte della crisi del gruppo. Dimentichiamo che Audi controlla marchi storici del “made in Italy” come Ducati e Lamborghini.

In un recente articolo Dario di Vico ha giustamente sottolineato: “ La verità, dunque, è molto semplice: la ripresina italiana è guidata saldamente dall'industria dei mezzi di trasporto che sicuramente evoca le scelte della casa torinese ma anche i successi di Lamborghini, Italdesign e Ducati. Se le cose stanno così sperimenteremo un singolare paradosso, dopo aver passato anni a criticare Sergio Marchionne alla fine dovremo dolerci che la ripresa italiana sia fatta “troppo” di auto e poco di altro”.

Continuando la lettura: “Al di là comunque delle riflessioni sul futuro dell'auto resta il fatto che una ripresa “monocolore” non va bene per niente, rischia di restare gracile. Il presidente della Confindustria Giorgio Squinzi lo ripete quasi ogni giorno: se non si rimette in moto l'intero ciclo del mattone che comprende le piccole opere di ristrutturazione privata, i lavori pubblici dei Comuni e le grandi infrastrutture, la ripartenza italiana non sarà reale”.

In economia è sempre pericoloso innamorarsi delle idee, soprattutto se lo fanno politici e giornalisti contribuendo a confondere le idee a chi fa impresa. Bisogna avere il coraggio di tornare a credere nelle nostre imprese, a sviluppare innovazione nelle attività in cui il nostro Paese tradizionalmente eccelle. Fino a oggi abbiamo creduto (o ci hanno fatto credere) che innovazione sia sempre e comunque partire da zero trascurando quanto si è fatto fino ad ora.

Proseguendo nell’articolo: “Molti osservatori, compresa Bankitalia, sostengono che c'è in atto se non uno sciopero quantomeno una forma di amnesia dell'investimento che coinvolge la maggioranza dell'industria privata”

Sono dati che non stupiscono, sono coerenti con quanto apparso in una recente ricerca Bocconi, le imprese per superare la crisi hanno tagliato dove si può e accorciato il loro orizzonte temporale, investendo meno per salvare la cassa.

Bisogna avere il coraggio di smettere di gestire eccezioni (es. startup, 80 euro, regime dei minimi, ecc.) e avere il coraggio di tornare a credere seriamente nell’impresa attraverso riforme stabili (qui si fa la rivoluzione ogni anno più o meno) che mirino a creare un sistema che tuteli e incentivi l’impresa.

 

P.S.: incentivi non in danaro, basterebbe come ormai i professionisti chiedono a gran voce semplificare, semplificare, semplificare.

 

Andrea Arrigo Panato

@commercialista

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