Rete, export e digitale: gli ingredienti per resistere alla crisi

di Luigi Piscitelli - 10 settembre 2015

Rete, export e digitale. Sono questi gli ingredienti principali attraverso i quali, negli ultimi anni, le piccole e medie imprese italiane hanno cercato di uscire dalla crisi economica e migliorare la loro produttività. Una tendenza che si evince dai dati elaborati nell’indagine presentata in occasione della Summer School 2015, organizzata a Treia (Mc), dalla Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro.

Lo studio ha evidenziato l’esistenza del cosiddetto sistema R.E.D. (Rete, Export, Digitale appunto) che ha condizionato, soprattutto durante il triennio 2013-2015, le scelte operate dalle microimprese e dalle Pmi e permesso di comprendere quali saranno le leve future delle imprese, dalle quali i Consulenti del Lavoro dovranno ripartire per acquisire nuove competenze e abilità, da mettere a disposizione delle aziende.

Secondo i dati raccolti, i primi segnali di ripresa si sono registrati già nel corso del 2014. Rispetto al 2013 sono state infatti 10.910 le imprese in più operanti nel settore alberghiero e della ristorazione e 9.290 quelle che svolgono servizi di supporto ad altre imprese. A fronte di questi numeri positivi però, vanno registrati anche il calo di 15.742 unità nel settore agricolo, di 7308 nell’edilizia e di 3984 nell’industria.

La spinta alla nascita di nuove attività e allo sviluppo di quelle esistenti arriva, come logico attendersi, dalle nuove tecnologie informatiche. Il web è lo strumento più importante per le azioni di promozione: nel 2014, infatti, il 65% delle nuove imprese con a capo giovani “under 35” ha utilizzato per le sue attività di affari il sito internet, le vendite online e i social network. Immediati anche gli effetti occupazionali dell’utilizzo del web. Sempre nel 2014, infatti, il 10% dei giovani al di sotto dei 30 anni ha trovato impiego grazie a internet e ai servizi tecnologici.

L’indagine rivela anche che negli ultimi anni è aumentato il numero di imprese operanti all’estero, raggiungendo le 200.000 unità, mentre potrebbe crescere di 20.000 unità il numero delle imprese stabilmente esportatrici, registrando così un aumento della capacità di intercettare gli investimenti esteri e internazionalizzare le imprese.

Il rafforzamento della competitività e della produttività aziendale quindi non passa solo dalla crescita dimensionale, dal suo radicamento nel territorio e dal rapporto di fiducia con i propri clienti, ma anche dallo sviluppo di condizioni che agevolino le aggregazioni e il fare rete; da un accesso facilitato ai mercati esteri, attraverso una politica di incoraggiamento e sostegno alle Pmi e alle start up più innovative, e da un processo di innovazione digitale che consenta il miglioramento dei prodotti e dei servizi offerti, la formazione del capitale umano e l’acquisizione di nuovo know-how.

 

QUAL È IL FUTURO DELLA CONSULENZA?

In questo contesto è fondamentale il ruolo del Consulente del Lavoro, che deve far “prendere coscienza” all’imprenditore della posizione della propria azienda sul mercato e dei punti di forza su cui può puntare per attrarre nuovi clienti.

Esiste quindi una grande necessità di specializzazione dei consulenti, soprattutto lungo tre direttrici:

  • internazionalizzazione;
  • digitalizzazione;
  • supporto alle aggregazioni d’impresa.

A rimanere indietro sono rimasti e rimarranno quei consulenti che manterranno un approccio tradizionale alla consulenza. Il ruolo del consulente deve quindi subire una “profonda trasformazione”, e deve urgentemente ridefinire il proprio business. Il futuro del settore sta attraversando una ristrutturazione che punta decisamente verso una concentrazione degli studi professionali.

Il consulente professionista competitivo, deve analizzare in modo approfondito tutta l'attività dei suoi clienti e soprattutto deve essere in grado di far capire ai clienti questa sua capacità di lettura e il livello di conoscenza che ha acquisito.

Con una consulenza attiva, di valore ed efficiente, il cliente non solo sarà sicuro della correttezza delle attività svolte, ma ottimizzerà il suo modello di gestione, potrà dedicare più tempo alle attività tipicamente imprenditoriali e, di conseguenza, i benefici si rifletteranno direttamente nel suo conto economico.

 

Leggi i risultati dello studio della Fondazione studi dei Consulenti del lavoro.

 

Luigi Piscitelli

@L_Piscitelli

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