Ecco perché le Pmi Innovative non decollano

di Maurizio Maraglino Misciagna - 5 novembre 2015

In Italia oggi la parola “innovazione” è un termine molto attraente non solo nei talk show televisivi (alla presenza di almeno un paio di politici) e nei social network, ma anche e soprattutto nell’ecosistema impresa. Tuttavia la sua attrattività risulta essere ampia a parole e ancora troppo poca nei fatti. A darne una chiara dimostrazione è stato proprio l’ingresso nel nostro ordinamento giuridico della “pmi innovativa”, la piccola e medie impresa, come definita dalla raccomandazione 2003/ 361/CE, costituita in forma di società di capitali, comprese le cooperative, a cui vengono riconosciute una serie di benefici molto simili alle già ormai apprese “start up innovative”.

Ma a 7 mesi dalla loro introduzione, il numero delle imprese iscritte nel registro speciale delle Camere di Commercio è soltanto 54. Un numero decisamente inferiore e mortificante se si pensa che il Ministero dello Sviluppo Economico ne ha stimate oltre 10mila cui potrebbero beneficiarne di tale status. Allora perché ancora così poche? Mi sono chiesto più volte come mai un’impresa che potrebbe facilmente iscriversi, come avviene per le cugine start up innovative, in una apposita Sezione speciale del Registro delle imprese, attraverso una procedura abbastanza snella e digitalizzata di presentazione della domanda in formato elettronico e poter usufruire di vantaggi – come per esempio non dover versare diritti di segreteria e diritto annuale alla Camera di commercio e imposta di bollo – non si precipita a farlo! La “pmi innovativa” viene introdotta  lo scorso 24 marzo 2015 con la legge denominata “Investiment Compact” (dalla conversione in legge del D.L. 24 gennaio 2015) nella quale espone i requisiti per poterne fare parte, che nello specifico sono:

  • residenza in Italia, ai sensi dell’art. 73 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, o in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’accordo sullo spazio economico europeo, purché abbiano una sede produttiva o una filiale in Italia;
  • certificazione dell’ultimo bilancio e l’eventuale bilancio consolidato da un revisore contabile o da una società di revisione iscritti nel registro dei revisori contabili;
  • non hanno emesso azioni quotate in un mercato regolamentato;
  • non sono iscritte nella sezione speciale del registro delle imprese delle start up innovative e degli incubatori certificati.

Oltre a questi, le Pmi devono soddisfare almeno due dei seguenti ulteriori requisiti:

  • volume di spesa in ricerca, sviluppo e innovazione in misura uguale o superiore al 3% della maggiore entità fra costo e valore totale della produzione della Pmi innovativa; dal computo per le spese in ricerca, sviluppo e innovazione sono escluse le spese per l’acquisto e per la locazione di beni immobili, mentre sono incluse le spese per acquisto di tecnologie ad alto contenuto innovativo (le spese devono risultare dall’ultimo bilancio approvato e devono essere descritte in nota integrativa);
  • impiego come dipendenti o collaboratori a qualsiasi titolo, in percentuale uguale o superiore al quinto della forza lavoro complessiva, di personale in possesso di titolo di dottorato di ricerca o che sta svolgendo dottorato di ricerca presso un’università italiana o straniera, oppure in possesso di laurea e che abbia svolto, da almeno tre anni, attività di ricerca certificata presso istituti di ricerca pubblici o privati, in Italia o all’estero, ovvero, in percentuale uguale o superiore a un terzo della forza lavoro complessiva, di personale in possesso di laurea magistrale ai sensi dell’articolo 3 del decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca 22 ottobre 2004, n. 270;
  • titolarità, anche quali depositarie o licenziatarie di almeno una privativa industriale, relativa a una invenzione industriale, biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale ovvero titolarità dei diritti relativi a un programma per elaboratore originario registrato presso il Registro pubblico speciale per i programmi per elaboratore, purché tale privativa sia direttamente afferente all’oggetto sociale e all’attività di impresa.

Una volta superato il check dei requisiti e solo dopo l’avvenuta iscrizione, la società può beneficiare di una serie di misure di sostegno per la gestione dell’impresa, con delle analogie per le start up innovative e gli incubatori certificati, come per esempio godere di un regime speciale sulla riduzione del capitale sociale, tra cui una moratoria di un anno per il ripianamento delle perdite superiori a un terzo; raccogliere capitale di rischio tramite portali on-line autorizzati (piattaforme equity crowdfunding), remunerare i propri collaboratori con strumenti di partecipazione al capitale sociale, come le stock option e work for equity; e non in ultimo incentivi fiscali per investimenti diretti o indiretti in Pmi innovative, provenienti da persone fisiche e giuridiche, soltanto nell’ipotesi in cui le Pmi innovative, che operano sul mercato da meno di sette anni dalla loro prima vendita commerciale, siano in grado di presentare un piano di sviluppo di prodotti, servizi o processi nuovi o sensibilmente migliorati rispetto allo stato dell’arte nel settore interessato.

In aggiunta a tali benefici si prevede per fine novembre anche la pubblicazione di un decreto del Ministero dell’Economia che permetterà l’accesso al fondo di garanzia, per coprire l’80% del prestito assegnato dal sistema bancario, alle Pmi innovative. Un emendamento strategico proprio per consentire il rilancio dell’investiment compact (legge n. 33/2015). Un rilancio che stenterà a decollare se non vengono in primis segnati quelli che sono realmente oggi le esigenze delle nostre piccole e medie imprese.

Il primo vero problema si chiama certificazione dell’ultimo bilancio. La normativa sulla certificazione dei bilanci, prevede infatti (art. 2429 Codice civile) che la certificazione, proprio in quanto strumento di valutazione diretto all’assemblea dei soci, sia parte integrante del bilancio e sia portato in approvazione con questo e con gli altri atti e relazioni connesse. Questo significa che se una Pmi ha già depositato bilancio per anno in corso senza certificazione, deve comunque attendere ulteriori 12 mesi per poterne certificare il bilancio e richiederne iscrizione.

Altro ennesimo problema delle Pmi italiane riguarda il loro grado di informatizzazione. Sono ancora al di sotto della media le imprese che hanno un sito web, utilizzano i canali e-commerce per vendere on line e possiedono adeguate tecnologie Ict.

Eppure una soluzione ci sarebbe. Basterebbe ridurre la pressione fiscale alle Pmi innovative e sono convinto che il nostro sistema imprenditoriale diventerebbe in poche settimane molto più “piacente” e “innovativo”.

 

Maurizio Maraglino Misciagna

@lospaziodimauri

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