Con un libro, per fare il cambiamento in azienda

di Michele Popolani - 17 marzo 2016

I libri che hanno cambiato la vita alle persone sono tanti. È successo nelle epoche più diverse, e continuerà a succedere. Libri hanno segnato svolte scientifiche, artistiche, sociali. Per le imprese, in parte, è stato diverso. L’ingegno dei “rivoluzionari” è stato il “motore” per creare nuove macchine, nuovi metodi di produzione, nuovi salti tecnologici, e spesso non è stato accompagnato da libri che facessero da riferimento, che diffondessero la conoscenza, che aiutassero a riconoscersi nelle trasformazioni. Ma i libri ci sono stati, e farli circolare nelle imprese significa favorire la diffusione di nuove idee, la materia prima su cui si basa l’economia della conoscenza.

 

I LIBRI DEL “FORDISMO”

L’avventura del “fordismo”, dall’invenzione della catena di montaggio in poi, trova le sue base nei “Principles of scientific management”, la raccolta di saggi che Frederick Taylor pubblicò nel 1911 per raccontare il suo lavoro finalizzato a dare ordine a stabilimenti gestiti con l’improvvisazione tipica di quegli anni, un lavoro destinato a segnare quasi un secolo di trasformazioni industriali in tutto il mondo. E anche Alfred Sloan, che guidò la General Motors dagli anni Venti agli anni Cinquanta, affidò alla narrazione di “La mia vita con la General Motors”, scritto nel 1963, il racconto di quella che fu la fase successiva del cambiamento delle imprese. Una fase caratterizzata dalla necessità di snellire strutture che, travolte dal successo, rischiavano di diventare troppo grandi e di burocratizzarsi. Fu l’epoca della “decentralizzazione”, e l’inizio dello sgretolarsi delle piramidi organizzative rigide, in cui pochi pensavano e molti eseguivano. Un sistema, quello rigidamente gerarchico, che non si prestava più a gestire una complessità in costante aumento.

 

LO “SPIRITO TOYOTA”

Furono poi i giapponesi a trovare la formula che fu sintetizzata nello “Spirito Toyota” di Taiichi Ohno, che divenne anch’essa un libro, destinato a ispirare centinaia e centinaia di orientali impegnati a dimostrare che il Giappone poteva farcela, che sì, era stato sconfitto nella Seconda Guerra Mondiale, ma che poteva ridiventare un grande Paese. Uno spirito destinato a diventare “modello”, che tutt’oggi ispira le impresa alla ricerca di possibili recuperi di produttività e di idee per riuscire a costruire “appartenenza”. Quell’appartenenza che permette alle persone di vivere bene il proprio ruolo, e di fare la differenza con la consapevolezza che “mandare avanti” un errore spesso significa ingrandirlo, e che non c’è un “io” e un “loro” ma solo un “noi” che diventa squadra impegnata a fare bene le cose, attraverso l’aiuto reciproco. Quanto c’è di retorica e quanto c’è di realtà, in questi modelli ? Certo, c’è stata anche retorica, ma quando c’è stata è sempre dipesa dall’applicazione e non dal modello, alla cui base c’è sempre il rispetto delle persone, e del loro lavoro.

 

ALLA RICERCA DELL’ECCELLENZA

Sembravano invincibili, gli americani usciti dalla Seconda Guerra Mondiale. Il mito della “corporation” negli anni Settanta perse però smalto. Una “crisi di successo”, con imprese sempre più grandi, e fatalmente sempre più lente. Così, nel 1982, con l’industria americana messa sotto pressione da giapponesi che stavano diventando più forti, un libro segnò una svolta per imprenditori e manager. Quel libro era “Alla ricerca dell’eccellenza” e fu scritto da Tom Peters e Robert Waterman. Peters e il suo collega Waterman dissero che non era necessario andare in Giappone, ma si misero a lavorare alacremente, sul territorio americano, alla ricerca di germi di rinascita e di idee, da capire e da diffondere. Il risultato fu un nuovo approccio alla produzione, ispirato dalla necessità del cambiamento, e un successo editoriale strepitoso, con cinque milioni di copie vendute. Si tratta di un approccio che ancor oggi ispira le imprese che vogliono fare la differenza, con i suoi fondamenti basici:

  • approccio empirico;
  • incoraggiamento dell’autonomia e dell’imprenditorialità;
  • ricerca di valori chiave;
  • concentrazione su aree note;
  • equilibrio tra elasticità e rigidità dei controlli.

Al dì là delle mode, ancor oggi un elenco di punti in grado di rappresentare altrettanti motori di cambiamento per ogni tipo di impresa.

 

IL MADE IN ITALY

Alla ricerca del nostro possibile vantaggio competitivo, e schiacciati tra l’impossibilità di raggiungere dimensioni sufficienti a competere sui grandi mercati globali dei prodotti “di massa”, e la microimpresa “cellulare” che non può “farsi sistema”, è nello spazio intermedio che spesso si può giocare la partita. È l’area del “manifatturiero ben fatto” su cui possiamo fare la differenza, unendo insieme un po’ di Taylor e un po’ di Toyota, ma a modo nostro. Quel modo nostro che Primo Levi, alla fine degli anni Settanta, raccontò in “Chiave a stella”, romanzo industriale del “lavoro ben fatto” dell’operaio Tino Faussone chiamato nel mondo a trovar soluzioni. Da inserire nei testi delle scuole di management, e da leggere nelle fabbriche alla ricerca di “germi di cambiamento”, che potrebbero sembrare antichi, ma ancor oggi attualissimi.

 

Michele Popolani

@popolani

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