Nicoli (WeAreStarting): “Italia ancora impreparata al crowdfunding”

di Luigi Piscitelli - 10 marzo 2016

Trovare i capitali per far crescere la propria start up o Pmi innovativa, specie in un periodo di crisi, è impresa quasi epica. Le tasche degli investitori istituzionali sono spesso cucite e così, anche per sopperire alle mancanze dei canali tradizionali, è nato il crowdfunding (dall'inglese crowd, folla e funding, finanziamento). Una sorta di finanziamento collettivo che sfrutta le potenzialità della rete per raccogliere capitali sia tra le persone comuni che tra i venture capitalist.

Questo strumento – diffuso inizialmente nei paesi anglosassoni e in particolare negli Stati Uniti, grazie anche a vere potenze come Kickstarter, che in 6 anni di attività ha raccolto oltre 2 miliardi di dollari – sta oggi cominciando a prendere piede anche in Italia, tradizionalmente restia a questo tipo di innovazioni finanziarie. WeAreStarting è uno degli ultimi esempi di società nate con l’intento di diffondere il crowdfunding anche nel nostro Paese. Lanciata nell’ottobre del 2015 e ideata dalla mente di Carlo Allevi, ex ingegnere ambientale con il pallino dei finanziamenti alternativi ai classici canali bancari, nelle scorse settimane ha portato a termine la sua prima campagna con successo, finanziando la start up Vox Pop.

A Paolo Nicoli, project manager dell’azienda, abbiamo chiesto di raccontarci come nasce e cosa si nasconde dietro un portale dedicato al crowdfunding.

 

Nicoli, da dove nasce l’idea di creare WeAreStarting?

L’ideatore è Carlo Allevi che da tempo era interessato a metodi che permettessero alle aziende di finanziarsi non solo attraverso le banche o altri investitori istituzionali. Il nostro portale è stato creato in collaborazione con una multinazionale canadese specializzata nella realizzazione di siti dedicati al crowdfunding e siamo l’unica piattaforma italiana ad aver effettuato questo tipo di scelta. La prima campagna che abbiamo lanciato lo scorso ottobre ha avuto esito negativo, ma questo ci ha permesso di capire meglio quali sono le caratteristiche che interessano agli investitori.

 

E quali sono le caratteristiche che possono rendere più attraente una start up agli occhi degli investitori?

Principalmente chi è interessato a fornire capitali di rischio pretende che la società produca utili nel più breve tempo possibile e che sia anche in grado di comunicare in maniera efficace il proprio business. La nostra prima campagna peccava soprattutto per quanto riguarda questo secondo aspetto, mentre Vox Pop, che non a caso è andata a buon fine, è stata presentata nella maniera corretta proprio dal punto di vista della comunicazione. In poco più di un mese ha infatti raccolto i 60mila euro necessari per raggiungere l’obiettivo.

 

Che caratteristiche hanno le persone che hanno aderito a questa vostra campagna?

La cosa che ci ha sorpreso positivamente è che buona parte degli investitori è giovane, addirittura sotto i 30 anni. Inoltre, dei 39 investitori che hanno aderito alla campagna, sei erano donne che hanno investito mediamente più degli uomini, mentre altre sei erano aziende. Le persone più adulte scontano invece un gap culturale ancora oggi esistente in Italia, specie in alcune province del Nord dove operiamo, dove si ha più dimestichezza con i canali tradizionali.

 

L’Italia quindi culturalmente è ancora poco preparata per accogliere un tipo di strumento come il crowdfunding. Qual è lo scenario competitivo nel nostro Paese?

In Italia il crowdfunding ha cominciato a diffondersi circa tre anni fa. Al momento sono attivi 19 portaliWeAreStarting è il primo con sede a Bergamo – di cui però soltanto 7 risultano attivi. Le campagne avviate sono state in totale 36 e di queste appena 14 sono andate a buon fine, per una raccolta totale di circa 3,3 milioni di euro. Per avere un metro di paragone, la Spagna che è culturalmente affine a noi ha una raccolta doppia rispetto all’Italia, mentre la Germania ha un giro d’affari circa 10 volte più grande. Per non parlare poi del Regno Unito che è il paese di riferimento, sia perché è partito molto prima, sia perché ha una normativa molto più snella.

 

Proprio la normativa italiana ha rappresentato uno dei freni principali al diffondersi di questo strumento. Com’è ora la situazione?

Le ultime modifiche normative (delibera n. 19520 dello scorso 25 febbraio 2016 della Commissione Nazionale per le società e la Borsa, ndr.) hanno rappresentato sicuramente un passo in avanti. Per esempio la legislazione che imponeva che almeno il 5% del capitale provenisse da investitori professionali già iscritti nell’apposito elenco ha sempre rappresentato un limite, mentre ora è possibile fare richiesta di iscrizione anche successivamente. Inoltre è stata semplificata anche la procedura Mifid, che ora è possibile compilare on line, mentre prima era necessario recarsi in una banca autorizzata. Inoltre, le società di crowdfunding devono fare uno sforzo ulteriore per realizzare l’impalcatura internet necessaria alla compilazione del modello e questo è sicuramente un indice ulteriore di solidità. Infine, è stato introdotto il principio secondo cui a una piattaforma che non opera per sei mesi consecutivi viene ritirata la licenza.

 

Ma quali sono in definitiva i vantaggi per una start up che si rivolge al crowdfunding e per gli investitori stessi? E qual è il modello di business della vostra piattaforma?

La nostra azienda si finanzia attraverso una percentuale sulla raccolta finanziaria: maggiore è l’importo raccolto, minore è la fee. Per questo motivo è bene selezionare in maniera molto oculata le campagne e attualmente stiamo visionando quattro società, da cui ne sceglieremo soltanto una o due. Per le start up, invece, questo rappresenta non soltanto un modo per ottenere capitali, ma anche per aumentare il proprio network, sia in termini di clienti che di relazioni. Dal lato degli investitori infine, oltre ad alcuni vantaggi di tipo fiscale, una volta terminata con successo la campagna essi diventano a tutti gli effetti soci della società e a quel punto possono decidere di parteciparvi attivamente, oppure di vendere le proprie quote appena possibile per realizzare un profitto.

 

Luigi Piscitelli

@L_Piscitelli

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