Tutti imprenditori di se stessi? (parte prima)

di Giampiero Vecchiato - 7 luglio 2016

IL PUNTO DI VISTA DEI DIPENDENTI/COLLABORATORI

Ancora oggi, anche se con forza sempre minore, la cultura giovanile mostra un'immagine del lavoro spesso deformata e influenzata da un forte pregiudizio anti-impresa:

  1. da una visione del lavoro dei padri e dei nonni, testimoni, con le loro tute blu, di una “fabbrica” che non c'è più, vissuta come strumento di sfruttamento e come fonte di arricchimento illecito “dei pochi” contro l’impossibilità di ascesa sociale ed economica “dei molti” lavoratori dipendenti;
  2. dalle immagini dei media e della scuola che preferiscono guardare agli scandali piuttosto che ai risultati dell'impresa come cultura e come responsabilità, o che pongono l’accento su realtà territoriali distanti o poco attuali a quelle di effettivo inserimento occupazionale.

Sono stereotipi che, da una parte, “allontanano” da quella che è l’attuale struttura organizzativa dell’impresa; dall'altra, portano a vivere l'impresa stessa come un “tempo di attesa” in vista della “vita vera”, quella del consumo, del tempo libero e del divertimento.

Si danno per scontati, in altre parole, quel lavoro, quel benessere, quella qualità della vita che solo il “fare impresa” possono dare, mentre si continua ad attribuire all'impresa tutto il male della società: dall'alienazione all'inquinamento; dalla rovina del territorio alla spersonalizzazione; dallo sfruttamento delle risorse naturali all'arricchimento senza etica.

È ancora frequente che il lavoro non venga percepito come un’opportunità per realizzare se stessi, per sviluppare il proprio talento, per essere protagonisti anziché spettatori del proprio destino, per trovare un equilibrio tra diritti e doveri. Questi obiettivi non si possono però raggiungere senza un forte impegno emotivo, senza partecipazione e, soprattutto, senza una moderata “cultura del rischio”, senza coltivare adeguatamente la creatività, lo spirito d'iniziativa e l'assunzione di responsabilità individuali.

Oggi, infatti, il lavoro, la collettività e la società, sempre più terziarizzata, non hanno bisogno di “dipendenti”, ma di imprenditori di se stessi, “liberi” dentro e “padroni” del proprio futuro e della propria realizzazione”, con tutti i vantaggi ma anche con tutte le difficoltà e le ansie che questo comporta.

 

IL PUNTO DI VISTA DEGLI IMPRENDITORI

Visto da uno sguardo più ampio, oggi il fabbisogno organizzativo delle aziende richiede competenze sempre più articolate e flessibili di quelle portate in dote a partire dagli studi compiuti, che riguardano in modo consistente la sfera sociale, relazionale, emotiva e comportamentale.

Le domande che per l’imprenditore è legittimo porsi sono allora: sono soddisfatto dei miei dipendenti/collaboratori? Quali sono le aspettative che ripongo in un neoassunto, sulla sua preparazione e sulle sue competenze?

Spesso il problema non sta tanto nella preparazione dei dipendenti (attuali o potenziali), sul piano dei “contenuti” e delle “capacità tecniche specifiche” – un’eccessiva specializzazione tecnica e funzionale può infatti remare contro lo stesso dinamismo aziendale – bensì nel loro atteggiamento verso il lavoro, verso l’impresa e, più in generale, verso la realizzazione di se stessi.

I risultati di diverse ricerche condotte negli ultimi anni, in Italia, in Europa, negli Usa, confermano che la questione centrale nel definire le capacità richieste dai datori di lavoro ai nuovi assunti è proprio questa: le capacità tecniche specifiche sono meno importanti della fondamentale capacità di “imparare sul lavoro”, o per lo meno, a parità di competenze tecniche, sono la volontà e la capacità di imparare sul lavoro a determinare la scelta di un candidato all’assunzione piuttosto che un altro.

Dopo di esse, i datori di lavoro elencano:

  • la capacità di ascoltare e comunicare;
  • la capacità di adattarsi e di reagire in modo creativo a insuccessi e ostacoli;
  • l’abilità di innovarsi e innovare;
  • il controllo di sé, la fiducia e la motivazione personale necessaria a lavorare per obiettivi (orientamento ai risultati);
  • il desiderio di sviluppare la propria carriera e l’orgoglio per i risultati raggiunti;
  • l’efficacia nel lavoro di gruppo e nelle relazioni interpersonali, la capacità di cooperare e di lavorare in team, di delegare, come pure l’abilità di negoziare in caso di disaccordo;
  • le capacità organizzative, il desiderio di dare il proprio contributo, le potenzialità necessarie per assumere la leadership (capacità di prendere decisioni);
  • l’adattabilità e la flessibilità, sia relazionale che organizzativa;
  • lo sviluppo delle conoscenze: apprendere, generare, condividere e sviluppare nuove conoscenze;
  • la gestione dello stress (legata a difficoltà nel raggiungere gli obiettivi, a temporanee difficoltà, ai carichi di lavoro, ecc.).

Le competenze maggiormente ricercate riguardano quindi la capacità di comunicare, l’approccio creativo, le relazioni interpersonali e lo spirito d’iniziativa.

 

Giampiero Vecchiato

@pierovecchiato

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