Ecco perché il 2017 non è ancora l’anno delle startup in Italia

di Maurizio Maraglino Misciagna - 8 febbraio 2017

Per quanto possiamo apprezzare tutti gli sforzi che il Governo ha messo in campo dal 2012 ad oggi, le startup innovative in Italia non possono essere ancora considerate una grande opportunità per il nostro Paese e per il nostro tessuto imprenditoriale. Fino a che le politiche industriali e fiscali non vengono perfezionate, rischiamo di perdere ancora una volta l’opportunità di generare valore.

Per chi mi conosce sa che il mio amore per le startup e per la cultura dell’innovazione d’impresa è al di sopra di ogni cosa. Quando si parla di imprese innovative mi si illuminano gli occhi come un bambino che assaggia per la prima volta il gelato al cioccolato o che vede il pupazzo di Buzz Lightyear aprire le ali e parlare con la voce doppiata di Tim Allen:  “…Verso l’infinito …. e oltre”. Le imprese innovative mi “esaltano” con lo stesso sentimento con cui ci si beve un bicchiere di gin–tonic ascoltando Miles Davis in “kind of blue”. Ma come tutte le bibite “gassate”, se tenute aperte per troppo tempo, c’è il rischio che si “sgas(s)ino”.

Le startup innovative sono state introdotte nel  nostro ordinamento con il Decreto Legge 18 ottobre 2012, n. 179 recante "Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese", convertito con modifiche dalla legge 17 dicembre 2012 n. 221. La normativa è stata successivamente modificata dal d.l. n. 76/2013 in vigore dal 28 giugno 2013 e dal d.l. n. 3/2015 convertito in legge n. 33/2015 in vigore dal 26/03/2015. Questo significa che il primo ciclo di startup innovative si è concluso. Sono infatti passati 5 anni dall’introduzione della normativa (estesa con il Decreto Investiment Compact). Si è fatto tanto. Anzi  tantissimo. I progressi che oggi assistiamo in termini economici e culturali sono importanti. Il programma Italia Startup Visa, la procedura di erogazione del visto per lavoro autonomo per gli imprenditori hi-tech non europei che intendono avviare una startup innovativa in Italia, lanciato nel dicembre 2014, registra una performance in crescita. Sono 132 le candidature provenienti da 29 Paesi del mondo, con una particolare propensione dai Paesi di Russia, Usa e Cina. Dal 2012 ad oggi sono 6724 le startup innovative iscritte nella sezione speciale del registro delle imprese. Anche questo un risultato importante e con tassi di crescita, cui secondo Infocamere, entro la fine del 2018 si potranno registrare le 10.000 startup innovative.

La parte poi decisamente interessante è quella legata agli incentivi fiscali per questa categorie di imprese. La legge di Bilancio 2017 ha infatti introdotto nuove ed importanti novità in tema di  incentivi fiscali per gli investimenti in startup e PMI innovative. L’obiettivo è quello di dare input agli investimenti in capitale di rischio in queste particolari tipologie di imprese.

Le novità introdotte riguardano :

  • la durata delle agevolazioni  passate  da temporanee a permanenti rispetto all’art.  29 del D.L. 179/2012;
  • Introduzione di un'aliquota unica del 30% sia per gli investimenti delle persone fisiche che delle persone giuridiche su investimenti in startup innovative a vocazione sociale o del settore energetico. In passato per i soggetti passivi IRPEF, l’agevolazione consisteva in una detrazione dall’imposta lorda pari al 19% dei conferimenti rilevanti effettuati, mentre per i soggetti passivi IRES  una deduzione dal proprio reddito complessivo pari al 20% degli investimenti rilevanti effettuati;
  • Raddoppiato il limite massimo dell’investimento su cui calcolare la detrazione ad un ammontare pari  ad un milione di euro. La novità riguarda solamente i soggetti IRPEF che effettuano gli investimenti in startup e PMI innovative. Nessuna  variazione per i soggetti passivi IRES per i quali l’ammontare massimo degli investimenti ammissibile in ciascun periodo di imposta resta fermo a 1,8 milioni di euro.

Ma proviamo a fare un passo indietro ed a porci una serie di riflessioni. Ma gli incentivi a chi investe in startup e pmi innovative possono realmente servire a far emergere quel sottobosco di imprese innovative? Perché una pmi dovrebbe investire in una startup innovativa se ha già sulle spalle una pressione fiscale del 43,3%? Se poi ci atteniamo agli studi effettuati dalla Cgia, la pressione fiscale reale nel nostro Paese corrisponde a circa il 69%.

Il tasso di mortalità delle startup innovative in Italia e il volume di affari in termini di fatturato sono dati non confortanti.  Sono al di sotto delle 20 unità le startup italiane che sono diventate scale-up, con fatturati di almeno qualche milione di euro.

Se non si parte prima con consolidare politiche di sviluppo sulle pmi italiane, attraverso percorsi che rafforzino la fiducia degli imprenditori ed incentivino realmente a fare impresa, il nostro tessuto economico decollerà a stento. Per rilanciare l’economia italiana non servono le startup innovative ma servirebbe pagare meno tasse.  Se andiamo a fondo sulla questione, è possibile accorgersi che proprio nell’anno di ingresso delle startup innovative nell’ordinamento italiano (2012), la pressione fiscale sulle imprese saliva di circa due punti percentuale sul PIL. Il Governo Monti ci ha regalato le startup ma ci ha anche sommerso di imposte!

La legge di stabilità 2017 non ha solo migliorato gli incentivi fiscali a chi investe in startup ma ha anche quadruplicato gli adempimenti fiscali alle imprese. I dati della Cgia di Mestre hanno dimostrato che un'impresa senza dipendenti lungo i 12 mesi dell’anno, dovrà pagare o inviare la propria documentazione 30 volte per onorare altrettante scadenze fiscali.

E la burocrazia quanto incide in tutto ciò ?  I dati forniti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri dimostrano che la burocrazia incide sulle pmi italiane di quasi 31 miliardi di euro ogni anno.

Ma le imprese innovative italiane hanno un altro problema che si chiama “execution’. Se dovessi pensare ad una frase ad effetto da consigliare come tatuaggio alle nuove generazioni non è sicuramente una citazione di Kurt Cobain o di Vasco Rossi ma: “It’s not the Idea. It’s the Execution.”

L’execution in una startup è la capacità di realizzazione del progetto sul mercato. Le startup italiane necessitano non solo di incentivi ma soprattutto di maggiore sostegno a programmi di incubazione e accelerazione. In Italia i dati forniti da Infocamere registrano la presenza di 36 incubatori certificati presenti sul territorio nazionale. Un numero probabilmente proporzionale alle startup presenti in Italia ( circa 7 mila), ma estremamente deludente. Se dovessimo prendere l’esempio della città di Pechino, nella sola  provincia della capitale cinese  sono presenti oltre 1500 incubatori creati all’interno del Torch Programme e finanziati dal Ministero della Scienza e della Tecnologia. In Puglia per esempio, la regione in cui vivo e che negli ultimi anni ha registrato un tasso di crescita positivo dell’industria digitale e nella propensione alla cultura d’impresa innovativa, non ne è presente neanche uno.

Eppure secondo alcuni “big” dell’ecosistema startup italiano, il vero problema in Italia sono gli investimenti. Ma gli stessi “big” sarebbero pronti ad investire su un tessuto di imprese che per il 60% di esse ha il reddito operativo negativo in Bilancio?

Recentemente il Mise ha lanciato il nuovo Decreto “Industria 4.0”. Una grande idea quella di parametrare il nostro Paese in linea con le politiche mondiali industriali nella quale le pmi italiane introdurranno nel prossimo presente nuovi processi di produzione industriale del tutto automatizzati e interconnessi. Big data, open data, Internet of Things, machine-to-machine e cloud computing sono l’unica strada da percorrere. Mi verrebbe tuttavia da rivolgere una domanda al Ministero dello Sviluppo Economico. Quale è la politica che il Governo vuole utilizzare per attrarre investimenti esteri in un Paesi in cui i nostri stessi investitori preferiscono  investire altrove ? Una cosa è certa, la politica di un Governo è fatta di numeri, ma è anche vero che alla quantità è importante affiancare la qualità. L’Italia se vuole diventare veramente un Paese a prova di startup innovative deve lavorare su tre leve. Queste le mie personali proposte:

  • Maggiore semplificazioni di accesso ai finanziamenti

Il Fondo di Garanzia per Startup istituito dal Mise non è abbastanza. Serve maggiore dialogo con La Comunità Europea intercettando fondi alle imprese tecnologiche nostrane. L’UE ha messo a disposizione un fondo da 400 mln di euro che potrà arrivare fino a 1.6 mld di euro attraverso l’effetto leva del finanziamento con capitale di rischio. Attualmente le imprese italiane non ne hanno ancora beneficiato.

  • Maggiori garanzie sulla ristrutturazione del debito per startup innovative

Un canale preferenziale alle startup innovative anche dopo i 5 anni dallo status di startup innovativa per la ristrutturazione del debito per evitare fallimenti e mettere a rischio il personale. Introdurre la possibilità  per gli startupper onesti di beneficiare di una seconda possibilità, senza essere penalizzati sotto il profilo del credito e dei rapporti istituzionali, magari sgravando dopo 24 mesi il debito della prima iniziativa imprenditoriale.

  • Maggiori semplificazioni  fiscali alle startup innovative

L’esonero dei diritti e bolli in Camera di Commercio non è abbastanza.  Maggiore sostegno all’internazionalizzazione, semplificazioni sul regime Iva alle startup parametrando il regime fiscale a quello dei Paesi membri dell’Ue considerati con più appeal per la creazione di startup e con minore pressione fiscale ed esonero totale delle imposte per i primi 24 mesi alle startup con fatturati sotto i 500 mila euro. 

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Maurizio Maraglino Misciagna

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