Tra il dire e il fare (in Italia), c’è di mezzo l’Innovazione

di Maurizio Maraglino Misciagna - 30 marzo 2017

L’Italia è il Paese della “pizza e mandolino” per chi ci vede dall’estero, ma è anche il Paese dell’arte e della cultura. Basta passare un giorno a Roma, Firenze, Venezia o Napoli per rimanere incantati. Siamo anche il Paese della “flat tax”,  il nuovo regime fiscale approvato  da qualche giorno, che incentiva i ricchi stranieri a trasferire la residenza fiscale in Italia.

Ma quando parliamo di innovazione, l’Italia come si posiziona e soprattutto come viene percepita?

Il termine “innovazione” è molto legato alla nostra Nazione. Delle trenta più importanti invenzioni mondiali della storia, la metà di queste sono italiane. Baste citarne alcune per capire la portata. E’ il caso del personal computer. La nascita del primo PC si deve a un torinese, Pier Giorgio Perotto, che nel 1958 comincia a lavorare alla Programma 101, la prima macchina programmabile piccola e semplice da usare. Pochi sanno magari che il padre del primo cervello elettronico per computer è Federico Faggin,  un informatico di Vicenza che a soli trent’anni realizza il primo microprocessore della storia per  Intel. Nel 2010 il presidente Barack Obama conferisce a Federico Faggin, la National Medal of Technology and Innovation, il più alto riconoscimento scientifico statunitense. La carta prepagata comunemente utilizzata nei cellulari di tutto il mondo è stata inventata da Mauro Sentinelli ed introdotta per la prima volta nel 1996 dal primo operatore nazionale Telecom Italia, un successo globale.

Siamo un Paese di innovatori, e non solo di sognatori (come molti dicono), anche se il nostro grado di innovazione si è frenato rispetto al passato. Secondo i dati forniti dall’European Innovation Scoreboard 2016, che ogni anno fornisce un’analisi comparativa delle performance di innovazione dei paesi europei e stila la classifica di quelli con maggiore capacità, l’Italia si attesta al 18esimo posto in Europa. L’Italia è al di sotto della media europea nella maggior parte dei parametri considerati per il calcolo del SII (Summary Innovation Index). A livello globale siamo invece al 29esimo posto alle spalle di Malta, Repubblica Ceca e Spagna, (fonte: Global Innovation Index 2016 Report).

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Attraverso un'analisi dettagliata dei singoli indicatori predisposti dal Summary Innovation Index, emergono una serie di punti deboli che potremmo sicuramente correggere e migliorare, quali:

  • il grado di cooperazione internazionale del nostro sistema di formazione e ricerca;
  • pochi  accordi di collaborazione tra aziende e tra soggetti pubblici e privati
  • il livello di spesa pubblica in ricerca e sviluppo.

Le nostre performance migliorano in riferimento alla capacità delle piccole e medie imprese di fare innovazione interna.

L’ EIS (European Innovation Scoreboard) suddivide il continente in quattro gruppi di resa innovativa. I paesi europei vengono pertanto classificati nelle categorie Leader dell'innovazione (36 regioni), Forti innovatori regionali (65 regioni), Moderati innovatori regionali (83 regioni) e Modesti innovatori regionali (30 regioni).

Dal punto di vista imprenditoriale, i dati a livello europeo e quelli forniti dal Mise sono a nostro favore. Le startup innovative e le pmi innovative rappresentano per l’Italia un fondamentale volano per la crescita, tanto che negli ultimi 4 anni, l’innovazione d’impresa in Italia è cresciuta del 67%. Oggi l’Italia conta quasi 7 mila startup innovative iscritte nella sezione speciale del registro delle imprese, numeri che dimostrano una crescita quantitativa a fronte di una lenta crescita qualitativo/finanziaria.

 

I settori di attività cui sono distribuite le startup innovative riguardano principalmente per il l 70,56%  servizi alle imprese.  L’ incidenza delle nuove imprese innovative tra le società di capitali è più elevata della media nei comparti dei servizi alle imprese (1,29%) e dell’industria in senso stretto (0,58%). In particolare, è interessante osservare, dai dati messi a disposizione dal Mise, come il 25,55% delle società di capitali italiane la cui attività economica è classificata con codice Ateco 2007 “Ricerca e Sviluppo” sono startup innovative; rilevante è anche la quota di neo-imprese innovative fra le società dei servizi di produzione di software (7, 99%).

L’Italia può fare tanto e soprattutto molto sui temi dell’innovazione. Io credo che il vero perno centrale è che bisognerebbe parlare meno di “innovazione” ed agire di più. Dovremmo per un attimo mettere da parte i numeri e le percentuali e puntare molto di più sull’entusiasmo, sulla professionalità e soprattutto dobbiamo imparare a “rischiare”.  Innovare è un rischio. E non servono “incubatori di imprese”, “co –working” o “fablab”  per rischiare.  Servono le persone. Innovare è fatica e passione. Innovare è fare rete. Diffondere l’innovazione significa aiutare le imprese a costruire la propria strada verso i mercati. Il nostro Paese deve ritrovare la forza per agire, per inseguire i sogni e per educare le future generazioni alla cultura del fare. Valorizzare le capacità è il primo passo per costruire questo futuro. Perché l’innovazione non aspetta.  E quello che ho imparato dal tempo è che il futuro non è mai troppo lontano. 

Maurizio Maraglino Misciagna

@lospaziodimauri

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