Guida al “patto di non concorrenza” nel lavoro subordinato

di Luigi Piscitelli - 28 ottobre 2013

Difendere i propri “segreti” industriali è una necessità imprescindibile per molte aziende, soprattutto in un mercato del lavoro fluido come quello attuale. Per sopperire alla possibilità che il dipendente venga meno all’obbligo di fedeltà, il datore di lavoro ha dalla sua la possibilità di ricorrere al Patto di non concorrenza, vale a dire l’accordo attraverso il quale datore e lavoratore estendono l’obbligo di non concorrenza anche a un periodo successivo alla cessazione del medesimo. Una guida redatta dall’Associazione Nazionale Consulenti del Lavoro (Ancl) cerca di fare luce sulle sue principali caratteristiche.

Nello specifico, il patto è un contratto a titolo oneroso e a prestazioni corrispettive, la cui validità è subordinata a un articolato ordine di limiti:

  • necessità della forma scritta (ad substantiam);
  • previsione di un corrispettivo;
  • delimitazione delle attività di concorrenza vietate;
  • limiti di durata;
  • limiti di luogo.

La norma che disciplina il patto è l’art. 2125 cod. civ. e il suo scopo consiste nel regolare due diverse esigenze:

  • quella del lavoratore, in relazione allo svolgimento della propria attività lavorativa (limitabile solo in casi particolari e dietro congruo corrispettivo);
  • quella dell’imprenditore, che ha lo scopo di garantirsi dal rischio della divulgazione e dallo sfruttamento da parte della concorrenza dei suoi metodi e dei segreti che caratterizzano la propria attività imprenditoriale.

I limiti del patto sono da ricercare nell’ambito dell’attività produttiva che costituisce oggetto dell’impresa datrice di lavoro, ma anche allo svolgimento di qualsiasi attività che entri in concorrenza con quella di produzione e vendita del datore di lavoro. Questo, però,

non può limitare il lavoratore al punto di rendere di fatto impossibile l’esercizio di ogni altra attività lavorativa inerente alle proprie attitudini professionali.

La durata massima dell’accordo è di cinque anni per i dirigenti e di tre anni per gli altri lavoratori subordinati, mentre i limiti spaziali si estendono fino a tutto il territorio nazionale, purché ancora una volta questo non pregiudichi totalmente l’attività lavorativa dell’ex dipendente.

Per quanto attiene invece al corrispettivo dovuto al lavoratore vincolato al patto di non concorrenza, pur essendo rimesso alla libera autonomia delle parti contraenti, la giurisprudenza ritiene che debba aggirarsi al 15%-25% della retribuzione lorda annua. In caso di violazione, il datore ha diritto a ottenere la cessazione dell’attività da parte del lavoratore, la restituzione del corrispettivo versato e il risarcimento dei danni provocati.

La stipulazione dell’accordo può avvenire contestualmente alla sottoscrizione del contratto di lavoro, in costanza di rapporto, oppure al termine del rapporto stesso.

Infine, per quanto riguarda il regime fiscale a cui è assoggettato, sono previste due differenti casistiche:

  1. i compensi erogati in costanza del rapporto di lavoro sono da assoggettare al prelievo Irpef ordinario (tassazione progressiva secondo le aliquote);
  2. soggetto a tassazione separata se il compenso è erogato all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, sia in un’unica soluzione sia a rate (si applica la stessa aliquota di tassazione utilizzata per il Tfr).

 

Consulta la guida al “patto di non concorrenza” dell’Ancl.

 

Luigi Piscitelli

@L_Piscitelli

1 Commenti :

Inviato da Gianni il 4 marzo 2014 alle 18:12

Buonasera, vorrei approfondimenti relativi al patto di non concorrenza. Avete un indirizo mail al quale fare riferimento?

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