Il Jobs act "riscritto" dai Consulenti del Lavoro

di Luigi Piscitelli - 3 ottobre 2014

Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro è entrato nel vivo nelle ultime settimane, in attesa che il governo presenti ufficialmente il tanto annunciato “Jobs act”. Su questo tema, divenuto ormai imprescindibile per le sorti del Paese, il governo di Matteo Renzi si gioca gran parte della sua credibilità.

Nel corso di un’audizione promossa dalla Commissione Lavoro della Camera, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla gestione dei servizi per il mercato del lavoro e sul ruolo degli operatori pubblici e privati, i Consulenti del Lavoro hanno presentato le loro proposte di modifica, avanzando al contempo diverse critiche alle politiche intraprese finora dai diversi governi.

Nel documento tratto da “La riforma del lavoro e della previdenza”, presentato all’8° congresso di categoria del giugno scorso, si legge infatti che “il nostro paese nonostante l’assestamento finanziario in corso e il calo dello spread continua ad essere il malato d’Europa per quanto riguarda il lavoro”. I dati sono evidenti e impietosi soprattutto se si considerano due aspetti: i Neet, fuori dai percorsi di attivazione, e la disoccupazione di lunga durata“Solo il 16 per cento dei disoccupati italiani trova un lavoro entro l’anno. Record europeo in negativo: l’Italia è il peggior posto per chi perde lavoro”, si legge ancora nel rapporto.

L’Italia, inoltre, a differenza di tutti gli stati europei più avanzati, è l’unico a non registrare più occupati rispetto a dieci anni fa e a non aver recuperato il crollo del 2009. Questo, secondo i Consulenti del Lavoro, ha una causa ben precisa: l’assenza di “una ben finanziata, promossa e coordinata strategia nazionale di politica industriale e del lavoro”.

Anche il tema del costo del lavoro rappresenta un ostacolo alla crescita, soprattutto per via dell’eccessivo carico fiscale. Il confronto con i paesi europei più virtuosi e produttivi, però, che mediamente presentano un costo del lavoro superiore a quello italiano, dimostra come il tema di fondo del ritardo italiano “sia legato all’efficienza ed alla qualità dei sistemi produttivi”, ancor più che al “peso del costo del lavoro e delle rigidità del mercato”.

Solo per fare qualche esempio, nel 2013 l’Italia ha speso in politiche per il lavoro circa 28 miliardi di euro, contro i 48 della Germania e i 50 della Francia. Ancora più impietoso il confronto con gli investimenti nei servizi per l’impiego: l’Italia si ferma a 500 milioni di euro, mentre in Francia si arriva a 6 miliardi e in Germani addirittura a 9 miliardi. Il risultato di questa disparità si traduce per esempio in un tasso di occupazione giovanile nel nostro Paese che si ferma al 28%, contro il 35% della Francia e il 36% della Germania.

Per cercare di porre rimedio a uno stato di cose che rischia di diventare endemico, i Consulenti del Lavoro hanno avanzato alcune proposte concrete di riforma del mercato:

  • la definizione a livello costituzionale della responsabilità statale nella garanzia del diritto per ogni disoccupato ad accedere a un sistema di servizi per il lavoro;
  • l’obbligo per i titolari di trattamenti di disoccupazione di qualsiasi natura di partecipare a interventi di attivazione al lavoro;
  • la costruzione di un sistema misto di welfare per la transizione e la mobilità professionale;
  • il potenziamento dei servizi pubblici su standard di prestazioni;
  • la presenza su tutto il territorio nazionale di un sistema di osservatori permanenti del mercato del lavoro, che vincolino l’offerta formativa finanzia.

 

Leggi il documento “La riforma del lavoro e della previdenza”.

 

Luigi Piscitelli

@L_Piscitelli

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