Jobs act: "Il Governo deve ancora dimostrare la sua efficacia"

di Luigi Piscitelli - 14 novembre 2014

Il Jobs act rappresenta uno degli snodi cruciali per il governo guidato da Matteo Renzi. Critiche ed elogi al provvedimento sono giunte un po’ da tutte le parti e anche Confprofessioni (Confederazione italiana libere professioni) ha illustrato i suoi appunti al disegno di legge nel corso di una recente audizione presso la Commissione lavoro pubblico e privato della Camera dei deputati.

Nel documento redatto dall’associazione, si sottolinea innanzitutto come in un Paese in recessione, caratterizzato da scarsi livelli di produzione e disoccupazione crescente, “l’impegno messo in campo da Governo e Parlamento deve ancora dimostrare l’efficacia delle iniziative a favore di una robusta ripresa economica e di quegli interventi strutturali sul mercato del lavoro tesi a rimuovere vincoli, per molti versi, anacronistici e ad assicurare occupazione stabile”.

Al fine di partecipare al dibattito per rendere più efficaci le misure introdotte dal disegno di legge, Confprofessioni ha analizzato nello specifico i principali punti del disegno di legge.

 

AMMORTIZZATORI SOCIALI

In primo luogo, la confederazione rileva come il decreto del 1° agosto del Ministero del Lavoro, che ha rivisto in generale i criteri per la concessione degli ammortizzatori sociali in deroga, ha lasciato privo di tutela il settore degli studi professionali, individuando le sole imprese di cui all’art. 2082 del Codice Civile quali soggetti beneficiari delle misure in esso contenute. Tale scelta rappresenta “una vera e propria discriminazione nei confronti del comparto degli studi professionali poiché, come già ampiamente sancito a livello comunitario, i professionisti svolgono a tutti gli effetti una attività economica e, al pari delle imprese, operano in un mercato caratterizzato da una profonda crisi”.

Una scelta che secondo Confprofessioni è ancora più discutibile alla luce dei fondi bilaterali di solidarietà, introdotti dalla Riforma Fornero e riconfermati, da quanto si evince, dal disegno di legge delega. A farne le spese saranno soprattutto quelle realtà con meno di 15 dipendenti, non coperte da integrazione salariale, per le quali non viene prevista alcuna misura normativa specifica.

Positivi sono invece ritenuti il riferimento del principio della delega alla valorizzazione del ruolo dei Contratti Collettivi nella gestione delle crisi e la volontà di universalizzare il campo di applicazione dell’Aspi, con l’estensione ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa.

 

SERVIZI PER IL LAVORO E POLITICHE ATTIVE

Assolutamente non efficace secondo Confprofessioni è la possibilità introdotta dalla legge Fornero di far confluire i fondi interprofessionali per la formazione continua nell’ambito dei fondi di solidarietà bilaterali che – per i settori non coperti dalla normativa in materia di integrazione salariale – dovrebbero garantire ai lavoratori una tutela in costanza di rapporto di lavoro nei casi di riduzione o sospensione dell’attività lavorativa.

Inoltre, si teme un’ulteriore marginalizzazione della principale tipologia di accesso dei giovani nel mercato del lavoro, vale a dire l’apprendistato, laddove un suo rilancio potrebbe essere sostenuto allocandovi le risorse finora previste per promuovere l’assunzione delle medesime categorie di soggetti.

È necessario infine operare una riduzione generalizzata del costo del lavoro altrimenti qualsiasi intervento anche incentivante può risultare vano.

 

SEMPLIFICAZIONI

Quello della semplificazione, segnatamente in una ottica di sussidiarietà, diventa uno dei punti che sta più a cuore alla Confederazione e più in generale ai professionisti italiani. L’eliminazione degli atti di gestione e dei contrasti interpretativi, la razionalizzazione delle comunicazioni obbligatorie, nonché la semplificazione delle certificazioni (tra cui il Durc) rappresentano quindi interventi assolutamente necessari.

 

RIORDINO DELLE FORME CONTRATTUALI

Confprofessioni auspica che nella fase di redazione dei decreti legislativi si opti per una impostazione che vada a definire in maniera generale i criteri regolatori dei singoli istituti e rinvii per l’attuazione degli stessi ai contratti collettivi.

Parere positivo invece per quanto riguarda la modifica di alcune tipologie contrattuali, ma va tenuto conto che la riduzione a modelli contrattuali unici, se non adeguatamente ponderata, potrebbe portare a effetti controproducenti con limitazioni evidenti sulle possibilità di assunzione. Al contrario, andrebbe evitato che il nuovo contratto a tutele crescenti vada a sortire un effetto di irrigidimento nel mercato del lavoro qualora i lavoratori impiegati da datori di lavoro con organico inferiore ai 15 dipendenti si ritrovino a dover sostenere un sistema di tutele da cui oggi sono esonerati, in quanto esclusi dall’applicazione dell’art. 18.

Un rilievo viene invece fatto su un “grande assente” della legge delega, vale a dire la valorizzazione della produttività e dell’efficienza da realizzarsi soprattutto mediante lo sgravio della parte di salario legata a incrementi di produttività ed efficienza, con attenzione particolare alle voci premiali della retribuzione. Si tratta sicuramente di un intervento oneroso ma doveroso, in un’ottica di integrazione tra politiche del lavoro e politiche economiche.

 

CONCILIAZIONI TEMPI DI VITA E DI LAVORO

Infine, viene vista con favore l’impostazione che vuole parificare la maternità delle lavoratrici autonome con quelle subordinate e introdurre una indennità di maternità a carattere universale senza oneri aggiuntivi per i datori di lavoro.

 

Leggi l’audizione di Confprofessioni alla Commissione lavoro pubblico e privato della Camera dei deputati.

 

Luigi Piscitelli

@L_Piscitelli

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