Dottorati e master non hanno peso nella pubblica amministrazione. Perché?

di Simone Aliprandi - 19 gennaio 2015

È successo a tutti coloro che hanno vinto una borsa di dottorato, dopo aver comunicato con orgoglio ad amici e parenti la notizia, di sentirsi fare la fatidica domanda: “Ma come?! Non sei già dottore?!”. E lì il neo-dottorando, spesso con tono irritato, inizia svogliatamente a spiegare il concetto. È abbastanza un classico, e il repertorio dei racconti o barzellette su questo equivoco sono già molti.

Dubito che i lettori di un sito specialistico come questo possano cascare in questo equivoco e che non sappiano quale sia il valore e la ratio del titolo di dottore di ricerca. E nemmeno credo ci siano problemi in merito ad altri titoli di studio post-laurea come i master universitari (di secondo livello), le scuole di specializzazione, in generale tutti i titoli di studio che rappresentano lo step successivo alla laurea magistrale.

Ciò che però forse pochi sanno è quanto poco questi titoli siano spendibili nei concorsi pubblici. Chi come me ha avuto qualche volta nella vita la “malsana idea” di monitorare i siti con i bandi di concorso per accedere alla carriera da funzionario pubblico, si sarà accorto che il titolo di studio più elevato che si può far valere è quello della laurea magistrale. Essere in possesso di un titolo post-laurea anche prestigioso, qualificante e pienamente on-topic con la posizione professionale aperta diventa un semplice surplus, uno di quei requisiti che il candidato può comunque presentare ma la cui valutazione in termini di punteggio resta alla discrezionalità della commissione giudicatrice. Al contrario di quanto accade per gli altri titoli di studio inferiori, per i quali ci sono specifici criteri di computo dei relativi punti.

C'è un motivo specifico per questa situazione: la normativa che regolamenta questi meccanismi di corrispondenza tra titoli di studio e punteggi ai fini dell'accesso ai concorsi pubblici è obsoleta o quantomeno non coordinata. Basti un esempio: il titolo di dottore di ricerca compare nella normativa in materia di accesso alla pubblica amministrazione solo con il D. Lgs. n. 150/2009 (art. 46), nonostante il titolo di dottore di ricerca esista nel sistema formativo italiano dal 1980.

Per quanto riguarda invece l'ambito privato, nel 2012 vi è stato poi il tentativo (mal riuscito) compiuto dalla normativa sulle cosiddette “start up innovative”, che, introducendo questa nuova forma di società commerciale, ha inserito tra i requisiti per aprire una società di quel tipo proprio la titolarità del dottorato di ricerca. Ma appunto parliamo solo dell'ambito privato e di una nicchia del mercato del lavoro.

Tornando al settore pubblico, la tradizionale classificazione che suddivide i ruoli/mansioni all'interno della PA in quattro macrocategorie (A, B, C, D dove D è il livello di funzionario) è dovuta ad un contratto collettivo nazionale di lavoro risalente al 1999 (il CCNL ARAN 31/03/1999) e lì non si fa menzione di titoli post-laurea, con l'effetto che la laurea risulta ancora il titolo di studio massimo (anche ai fini delle tabelle retributive). In altre parole, se hai un dottorato o un master di secondo livello... sei trattato comunque come un laureato, sia a livello di computo del punteggio relativo ai titoli (salva la possibilità di avere due o tre punti in più grazie al buon cuore della commissione) sia a livello di eventuale retribuzione.

E comunque, oltre a queste norme che valgono a livello generale, ci sono quelle emanate dalla singole pubbliche amministrazioni (Leggi Regionali, delibere, regolamenti) in cui i titoli post-laurea non vengono quasi mai contemplati, o appunto vengono comunque considerati come equipollenti alla laurea. Lo stesso accade nei singoli bandi.

Sono dell'idea che sia giunto il momento di riconoscere formalmente e in ogni sede ciò che il mercato ha già riconosciuto da tempo; cioè che il possesso di una laurea non è più elemento sufficientemente distintivo e che il conseguimento di un titolo post-laurea non è più un'ipotesi così marginale e così strettamente riservata a specifici settori.

Seguendo il noto adagio che a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina... provo a “indovinare” un'altra motivazione latente di questa inerzia all'aggiornamento della normativa sui concorsi pubblici. Non sarà forse che dando formale riconoscimento a dottorati e master, qualche dirigente munito solo di laurea sente minacciata la sua posizione?

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

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