Il Jobs Act all’esame delle commissioni Lavoro di Camera e Senato

di Claudio Cortesi - 26 gennaio 2015

Prosegue l’iter di approvazione del Jobs Act dopo che il parlamento ha votato la legge delega ed il governo ha varato i decreti attuativi nel Consiglio dei Ministri dello scorso 24 dicembre. Il governo ha già modificato i decreti attuativi rispetto alla versione approvata in consiglio dei ministri togliendo il riferimento al contratto di ricollocazione che sarà inserito nella riforma degli ammortizzatori sociali. Adesso i primi due decreti sono all’esame delle commissioni lavoro di Camera e Senato che dovranno redigere un parere non vincolante per il governo al massimo entro il prossimo 12 febbraio; solo dopo l’esame in commissione, saranno pubblicati in Gazzetta Ufficiale e diventerà possibile fruire degli incentivi economici contenuti nella legge di stabilità (la finanziaria), nonostante l’impegno del governo di rendere la legge operativa già dallo scorso primo gennaio.  La materia su cui il parlamento ha delegato il governo ad intervenire è molto ampia (qui l’elenco completo http://www.mysolutionpost.it/archivio/lavoro/2014/11/jobs-act-approvazione.aspx) ed impegnerà l’esecutivo nei prossimi mesi; i primi due decreti varati riguardano il nuovo contratto a tempo indeterminato e la nuova prestazione assicurativa in caso di disoccupazione. 

Il primo decreto (http://www.governo.it/backoffice/allegati/77554-9924.pdf) disciplina la nuova normativa sui licenziamenti ed è applicabile per tutti i nuovi contratti posti in essere dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per i quali non varrà più l’articolo 18, così come modificato dalla riforma Fornero, ma la nuova disciplina; non solo, se, grazie alle nuove assunzioni, un’impresa supererà il limite dei 15 dipendenti l’articolo 18 non si applicherà a nessuno dei suoi lavoratori. Qualora il giudice accerti che non ricorrono gli estremi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa condannerà il datore di lavoro al pagamento di un’indennità pari a 2 mensilità per anno lavorato con il limite massimo di 24 mensilità; in ogni caso si prevede un limite minimo di 4 mensilità volto a garantire chi viene licenziato prima del termine del secondo anno di contratto; l’obiettivo dell’esecutivo è di ridurre i margini di discrezionalità della giurisprudenza attraverso un calcolo automatico legato all’anzianità di servizio che renda meno incerto l’esito del contenzioso. In caso di licenziamento discriminatorio resta invece il diritto al reintegro cui si somma un’indennità commisurata al reddito e non inferiore a 5 mensilità (oltre al  pagamento dei contributi pensionistici ed assistenziali non versati). In caso di licenziamento disciplinare il diritto al reintegro rimane solo laddove il giudice rileva l’insussistenza del fatto contestato: in questo caso il lavoratore ha diritto al reintegro e ad una indennità non superiore a 12 mensilità.

Nel dibattito parlamentare si è molto discusso di questo passaggio che reca con sé non poche criticità. In primo luogo il giudice non ha più diritto a valutare se la condotta del lavoratore poteva ricevere una sanzione diversa dal licenziamento, giudicando quindi eccessivo il rapporto tra il fatto compiuto e la sanzione comminata; adesso il giudice deve solo accertare se il fatto sussiste o non sussiste; in secondo luogo il decreto prevede che sia il lavoratore a dover provare la non sussistenza del fatto, invertendo così l’onere della prova, generalmente affidato al datore di lavoro. Si prevede infine un’importante possibilità di risoluzione del contenzioso in via stragiudiziale se il datore di lavoro, per evitare il processo, offre al lavoratore una indennità pari a 1 mese per anno lavorato, con un minimo di 2 mensilità ed un massimo di 18; in questo caso il contributo è esentasse e la sua accettazione comporta la rinuncia ad agire per vie legali. Il decreto, nonostante le contestazioni, interviene anche sui licenziamenti collettivi abolendo il diritto al reintegro anche per questi ultimi, con la sola eccezione dei licenziamenti "intimati senza l’osservanza della forma scritta" prevedendo la stessa disciplina dei licenziamenti economici: 2 mensilità per anno lavorato con un minimo di 4 ed un massimo di 24 mensilità.

Sebbene il governo abbia dichiarato più volte che l’impianto della norma non subirà modifiche, non sono pochi i punti su cui lavoreranno le commissioni parlamentari. Si devono chiarire gli ambiti di applicazione del decreto; esso si allarga per la prima volta alle organizzazioni di tendenza (partiti, sindacati, associazioni culturali, ecc.) i cui lavoratori non avevano fino ad oggi in nessun caso il diritto al reintegro, ma esclude i dipendenti pubblici (per i quali significative novità sono previste nella prossima riforma della pubblica amministrazione), mentre rimangono ancora differenze di trattamento in ragione delle dimensioni dell’azienda; sembra escluso, per il momento, l’”opting out”, ossia la facoltà dell’impresa condannata a reintegrare il lavoratore, di non riassumerlo pagando un indennizzo più alto. In ogni caso a parità di azienda, di mansione e di salario si avrà diritto a tutele assai differenti tra chi è stato assunto a tempo indeterminato prima e dopo la riforma, mentre in caso di crisi aziendale e conseguente procedura di licenziamento collettivo alcuni avranno diritto alla reintegra (che il lavoratore può scegliere di commutare in 15 mensilità) mentre altri saranno soggetti alla nuova disciplina.

Il secondo decreto attuativo prevede l’introduzione della NASPI, la “Nuova assicurazione sociale per l’impiego” che sostituirà ASpI e miniASpI introdotte solo due anni fa dal ministro Fornero. Vi avranno diritto tutti i lavoratori subordinati con l’eccezione dei dipendenti pubblici e dei lavoratori agricoli a tempo indeterminato. Si dovranno avere 13 settimane di contribuzione negli ultimi 4 anni, di cui almeno 18 giorni nell’ultimo anno. Il calcolo è abbastanza complicato: la retribuzione imponibile ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni viene divisa per il numero di settimane di contribuzione e moltiplicata per il coefficiente 4,33 (retribuzione/settimane di lavoro *4,33). Se il risultato è uguale o inferiore a 1195 € la NASPI è pari al 75% dello stipendio, se è superiore può essere incrementata,ma non può superare il limite di 1300 €; inoltre dal quinto mese viene ridotta del 3% ogni mese successivo. La principale novità riguarda la sua durata che viene estesa a 2 anni, durante i quali si dovrà però dimostrare di cercare attivamente un lavoro; dal 2017 se ne potrà beneficiare solo per 18 mesi poiché la Ragioneria dello Stato ha giudicato non sufficienti le coperture finanziarie della misura. In via sperimentale, per il solo 2015, vengono previsti due ulteriori forme di sostegno al reddito; al termine della NASPI si potrà accedere all’ASDI, l’”assegno di disoccupazione” se non si è ancora trovato lavoro e ci si trova in una situazione economica difficile. Lo strumento è destinato principalmente agli anziani prossimi alla pensione ed a chi ha figli minorenni a carico, selezionati a seconda dell’ISEE del loro nucleo familiare; l’ASDI può essere erogato per un massimo di 6 mesi ed è pari al 75% dell’ultima NASPI percepita. Viene previsto un sostegno anche per i collaboratori coordinati e continuativi, tra cui i contratti a progetto, chiamato DIS COLL; per accedervi servono tre mesi di contributi negli ultimi due anni, di cui uno nell’anno in corso; l’importo ed i metodi calcolo sono uguali alla NASPI, mentre la durata è pari alla metà dei mesi in cui si sono versati i contributi negli ultimi due anni.

Il Jobs Act si compone di diversi interventi oltre a quelli analizzati in questo articolo, di cui due sembrano poter essere approvati in tempi rapidi: la riforma della Cassa integrazione e la riduzione delle tipologie contrattuali, con l’abolizione di alcune forme di collaborazione, ne  seguiremo gli sviluppi.


Claudio Cortesi

@ClaCortesi

 

prev
next

0 Commenti :

Commento

Captcha