Jobs act: ecco come cambia il mercato del lavoro

di Claudio Cortesi - 13 marzo 2015

Arriva al termine l’approvazione dei primi decreti attuativi del Jobs Act dopo un lungo iter partito con il voto sulla legge delega in parlamento, l’approvazione del testo in Consiglio dei ministri, i pareri espressi dalle Commissioni parlamentari e le modifiche al testo apportate di nuovo dal Consiglio dei Ministri, che sono definitive e verranno pubblicate in Gazzetta Ufficiale. Sebbene negli ultimi anni non siano mancate frequenti modifiche alla regolazione del lavoro, le novità sono importanti soprattutto perché modificano profondamente la disciplina del contratto a tempo indeterminato per i neoassunti e il sussidio di disoccupazione, interessando quindi molti lavoratori italiani.

La prima novità è l’introduzione, solo per chi verrà assunto con le nuove norme, del contratto a tutele crescenti; in realtà non si tratta di un nuovo contratto, ma di una modifica della disciplina dei licenziamenti per i nuovi assunti a tempo indeterminato, che nella maggior parte dei casi non godranno più dell’articolo 18 e della reintegra. In caso di licenziamento per motivi economici il giudice infatti potrà riconoscere solamente un indennizzo di 2 mesi per ogni anno lavorato fino a un massimo di 24 mensilità; per tutelare il lavoratore all’inizio del suo percorso si prevede che nel primo anno di contratto si ha diritto comunque a un indennizzo minimo di 4 mensilità.

Stessa rivoluzione copernicana per i licenziamenti disciplinari; anche qui la regola diventa l’indennizzo, il reintegro sul posto di lavoro è disposto dal giudice solo se ritiene che non sussista il fatto contestato; dove il fatto sussiste, non spetterà più al giudice decidere se il licenziamento è eccessivo rispetto alla violazione contestata; di conseguenza spariscono anche i riferimenti alle tipizzazioni disciplinari nei contratti collettivi nazionali. Rimane invece la reintegra per i licenziamenti discriminatori, ovvero per chi viene licenziato per motivi politici, sindacali, religiosi o di orientamento sessuale.

Altra grande novità riguarda i licenziamenti collettivi: si supera anche qui il principio della reintegra a favore dell’indennizzo alla fine di una lunga discussione e nonostante il parere contrario espresso dalle Commissioni parlamentari. L’entità dell’indennizzo è la stessa prevista per i licenziamenti individuali, ma nel caso di aziende con meno di 15 dipendenti avrà un tetto massimo di sole 6 mensilità.

Cambia anche il tentativo di conciliazione dove viene abolita la procedura prevista dalla riforma Fornero. Oggi l’imprenditore può proporre al lavoratore un indennizzo tramite assegno di un mese per anno lavorato entro 60 giorni dal licenziamento; nel caso in cui l’assegno è accettato il lavoratore non può più far causa e l’importo è totalmente esentasse.

I cambiamenti normativi hanno l’obiettivo di invertire il trend di aumento delle assunzioni a tempo determinato a scapito di quelle a tempo indeterminato registrato in maniera inequivocabile nei dati del Ministero del Lavoro. Per riuscirci il governo ha previsto, oltre al contratto a tutele crescenti, per chi assume nel 2015 l’esonero dai contributi previdenziali per i primi tre anni per un importo massimo di 8060 euro ogni anno. L’obiettivo principale della misura è stabilizzare il lavoro precario: il governo punta infatti a trasformare a tempo indeterminato almeno 200mila atipici grazie agli incentivi. Chiarisce l’intento anche la circolare n. 17/2015 dell’Inps; non gode del bonus chi assume un lavoratore già impiegato a tempo indeterminato nei precedenti sei mesi, mentre ne ha diritto chi viene trasformato da determinato a indeterminato.

Vengono riformati anche gli ammortizzatori sociali con l’obiettivo, in realtà non conseguito, di dare a tutti una tutela in caso di disoccupazione. Il nuovo assegno di disoccupazione si chiama Naspi, per averlo servono 13 settimane di contributi negli ultimi 4 anni e 18 giornate nell’ultimo anno. Si calcola rispetto al reddito ed è pari ai 3/4 dell’ultimo stipendio percepito, ma con un tetto per i redditi più alti, non potrà mai superare i 1300 euro. Finalmente è prevista una misura di sostegno al reddito in caso di disoccupazione per i collaboratori coordinati e continuativi che versano in gestione separata: si chiamerà Dis-Col (disoccupazione collaboratori) e per accedervi bisogna aver versato i contributi in gestione separata per almeno tre mesi nell’ultimo anno; la misura, utile a colmare un vuoto che colpiva i collaboratori, ha però per il momento carattere sperimentale per il solo 2015.

 

Claudio Cortesi

@clacortesi

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