Cassazione: il tempo utilizzato dal lavoratore per cambiarsi deve essere retribuito

di Benedetta Cargnel - 26 maggio 2015

La giurisprudenza di legittimità ha più volte affrontato il problema relativo agli oneri aggiuntivi che spettano al datore di lavoro per la tutela della sicurezza e la salute del lavoratore; con la sentenza n. 7397 del 13 aprile, per esempio, la Cassazione ha analizzato il problema relativo al tempo che il lavoratore, una volta giunto in azienda, impiega per indossare gli abiti obbligatori di lavoro.

In particolare, il problema sottoposto all’attenzione degli ermellini è relativo alla retribuzione di questo tempo: il datore di lavoro è tenuto a pagarlo o, invece, è da considerarsi a carico del lavoratore ed esorbita dall’orario lavorativo?

Nel caso di specie, il datore di lavoro aveva fatto ricorso in Cassazione poiché la corte di appello aveva ritenuto che tale tempo dovesse essere retribuito ai lavoratori, mentre per la società l’orario di lavoro doveva essere inteso al netto di quello che i lavoratori impiegavano nello svolgimento dell’attività preparatoria, siccome nel D.Lgs. n. 66/2003 l’orario di lavoro viene definito come “qualsiasi periodo in cui al lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore e nell’esercizio delle sue attività o delle sue funzioni”.

La Cassazione ha confermato la sentenza della Corte di appello riportandosi al R.D.L. 5 marzo 1923, n. 692, art. 3, che stabilisce il principio per cui è considerato tempo di lavoro effettivo ogni lavoro che richieda un'occupazione assidua e continuativa, non escludendo il tempo impiegato per indossare le protezioni necessarie per svolgere l’attività lavorativa.

La corte di legittimità, pertanto, distingue nel rapporto di lavoro due fasi:

  1. una preparatoria, in cui il lavoratore, una volta giunto sul luogo di lavoro, è tenuto a effettuare tutte le operazioni necessarie allo svolgimento delle proprie mansioni, ivi compresa la vestizione;
  2. una finale, nella quale il dipendente svolge la propria attività.

La corte rileva infatti che il datore di lavoro può legittimamente rifiutare la prestazione lavorativa in difetto della corretta fase preparatoria, posto che il lavoratore deve rispettare le norme prescritte in materia di sicurezza.

Gli ermellini sanciscono che indipendentemente dall’effettivo svolgimento della prestazione, il datore di lavoro debba retribuire il lavoratore anche per il tempo che quest’ultimo impiega, una volta arrivato al lavoro, per poter svolgere la propria attività in sicurezza, ivi compreso il tempo utilizzato per cambiarsi gli indumenti.

Con la sentenza n. 8585 del 2015, la corte di legittimità stabilisce un ulteriore principio sempre in materia di indumenti. Nel caso di specie, infatti, dei lavoratori si erano rivolti al giudice di merito perché il datore aveva posto in capo ai dipendenti l’obbligo di provvedere alla manutenzione degli indumenti di lavoro, e in particolare del loro lavaggio.

La corte di Cassazione, infatti, ribadisce il principio di diritto per cui il datore di lavoro non è solo tenuto a fornire al lavoratore tutte le misure di sicurezza necessarie per la sua salute, ma deve anche provvedere al loro mantenimento, comprensivo del loro lavaggio.

Infatti, l’idoneità degli indumenti di protezione deve sussistere non solo nel momento della loro consegna originale, ma anche durante l’intero periodo della prestazione lavorativa. Pertanto gli ermellini ribadiscono che è proprio un dovere del datore di lavoro provvedere a mantenere gli indumenti necessari per la sicurezza del lavoratore in stato di efficienza.

 

Benedetta Cargnel

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