Il datore di lavoro non può spiare le conversazioni on line del dipendente

di Benedetta Cargnel - 15 ottobre 2015

Un recente provvedimento del Garante della privacy, il n. 345 del 4 giugno 2015, ha preso in analisi la condotta del datore di lavoro che utilizza il contenuto delle conversazioni private di Skype del proprio dipendente per sanzionarlo disciplinarmente.

In una situazione di lavoro caratterizzata da una forte tensione tra le parti, una lavoratrice abbandona in fretta il proprio posto di lavoro, senza spegnere il computer.

Il datore di lavoro si accorge che il computer è ancora acceso e, nell’accostarsi al monitor, si rende conto che la dipendente tratteneva conversazioni denigratorie sul proprio lavoro, con contatti lavorativi e con l’account denominato dai riferimenti aziendali. Il datore, allora, decide di “mettere sotto controllo” le conversazioni della dipendente e poi utilizzarle contro la stessa, per le contestazioni disciplinari.

La dipendente, per tutelarsi, decide di adire il garante per la protezione dei dati personali affinché disponga “la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati personali che la riguardano” riportati nella lettera di contestazione disciplinare consegnata a mani della dipendente.

Il garante rileva che, se è pur vero che spetta al datore di lavoro la definizione delle modalità del corretto utilizzo degli strumenti di lavoro, lo stesso deve comunque rispettare la libertà e la dignità dei lavoratori, con particolare riferimento alla disciplina di protezione dei dati personali.

Il garante, inoltre ricorda che nelle linee guida del Garante per posta elettronica e Internet, le conversazioni di tipo elettronico o telematico del lavoratore sono assistite da garanzie di segretezza, e pertanto l’utilizzo di tali conversazioni è in contrasto con detti principi.

Pertanto il datore di lavoro deve sempre tenere a mente i principi di riservatezza dettati dal garante, in considerazione del fatto che l’esercizio del controllo da parte del datore di lavoro può determinare la raccolta di informazioni personali, anche non pertinenti, di natura sensibile oppure riferite a terzi, che non possono essere utilizzate a suo piacimento solo perché le stesse si sono fermate all’interno del luogo di lavoro.

 

Benedetta Cargnel

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