Assistenza disabili: il datore deve tener presente le esigenze del lavoratore

di Benedetta Cargnel - 2 febbraio 2016

Una recente sentenza di Cassazione, la n. 585 del 15 gennaio 2016, torna a far riflettere in tema di agevolazioni per il parente che debba assistere un famigliare malato, secondo la normativa della legge n. 104/1992

La legge n. 104/1992, legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale, i diritti e l’assistenza delle persone handicappate, prevede all’art. 33 che:

  • a condizione che la persona handicappata non sia ricoverata a tempo pieno, il lavoratore dipendente, pubblico o privato, che assiste persona con handicap in situazione di gravità, coniuge, parente o affine entro il secondo grado, ovvero entro il terzo grado qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti, ha diritto a fruire di tre giorni di permesso mensile retribuito coperto da contribuzione figurativa, anche in maniera continuativa. Il predetto diritto non può essere riconosciuto a più di un lavoratore dipendente per l'assistenza alla stessa persona con handicap in situazione di gravità. Per l'assistenza allo stesso figlio con handicap in situazione di gravità, il diritto è riconosciuto a entrambi i genitori, anche adottivi, che possono fruirne alternativamente.
  • il genitore o il familiare lavoratore, con rapporto di lavoro pubblico o privato, che assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato, ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede.

Nel caso in esame, un lavoratore pubblico chiedeva all’amministrazione competente, ai sensi della summenzionata normativa, di essere trasferito più vicino alla residenza della madre, gravemente invalida, ma la sua richiesta veniva respinta. Anche il tribunale e la corte di appello ritenevano legittima la decisione del datore di lavoro, per il fatto che comunque il dipendente che assiste un familiare handicappato non gode del diritto di precedenza nella scelta della sede di lavoro. Il lavoratore ricorreva per Cassazione.

Innanzitutto gli ermellini ricordano che le agevolazioni della legge 104 si applicano anche alle fattispecie sopraggiunte anche successivamente all’assunzione, poiché lo scopo della norma è proprio quello di approntare strumenti di tutela della persona handicappata che esaltino la naturale spinta solidaristica nascente dal vincolo familiare e che si aggiungano alle tutele offerte dai pubblici servizi di assistenza.

Proprio per tentare di salvaguardare la tutela di soggetti svantaggiati, pertanto il genitore o il familiare lavoratore che assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato, con lui convivente, ha diritto di scegliere la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede. La corte tuttavia specifica che tale diritto può essere garantito solo se tiene effettivamente conto anche delle esigenze di servizio, e dovendo essere bilanciato con gli interessi economici del datore. Non può quindi essere fatto valere qualora l'esercizio leda in misura consistente le esigenze economiche e organizzative dell'azienda (se si verte in una situazione di lavoro privato) e implica che l'handicap sia grave o, comunque, richieda un'assistenza continuativa.

Nel caso di specie, pertanto, la Corte di cassazione afferma che il datore deve tener presente le esigenze del lavoratore, e in sede di lavoro pubblico ciò avviene attribuendo al dipendente un punteggio supplementare per tale esigenza, che pertanto verrà valutato insieme a quello di tutti gli altri dipendenti.

Non esiste, tuttavia, un diritto al trasferimento del lavoratore, ma solo un diritto a che i suoi interessi vengano tenuti nel giusto conto, anche nel quadro delle esigenze del datore di lavoro.

 

Benedetta Cargnel

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