Responsabilità delle società in caso di infortunio sul lavoro

di Benedetta Cargnel - 25 febbraio 2016

Una recente sentenza della Corte di Cassazione la n. 2544/2016 dà lo spunto per trattare l’argomento della responsabilità delle società in caso di infortunio sul lavoro.

Il D.Lgs. n. 231/2001, infatti, prevede un regime di responsabilità “da reato”, derivante dalla commissione o tentata commissione di determinate fattispecie di reato nell’interesse o a vantaggio della società: si tratta di un illecito amministrativo, e si affianca alla responsabilità penale della persona fisica che ha commesso il reato, per colpire il patrimonio della società.

Nel caso di specie, una società veniva condannata ai sensi dell’art. 5 del D.Lgs. n. 231/2001, ritenendo che il delitto (lesioni colpose a un lavoratore) era stato commesso nel suo interesse e a proprio vantaggio, avendo omesso di adottare ed efficacemente attuare, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi.

La società ricorreva per Cassazione avverso questa decisione e gli ermellini ribadiscono alcune importanti circostanze.

In primo luogo, la corte rileva che la D.Lgs. n. 231/2001 individua una responsabilità di tipo oggettivo nel fatto che il reato presupposto sia stato commesso nell’interesse o vantaggio (anche non esclusivo) della società, da persone che rivestono funzioni di amministrazione, rappresentanza direzione o gestione.

La responsabilità è invece esclusa se il reato è stato commesso dalle suddette persone nel loro proprio esclusivo interesse.

Le Sezioni Unite hanno poi recentemente precisato che i concetti di interesse e vantaggio, nei reati colposi d’evento, vanno di necessità riferiti alla condotta e non all’esito antigiuridico: infatti non rispondono all’interesse della società, o non procurano alla stessa un vantaggio, la morte o le lesioni riportate da un suo dipendente in conseguenza di violazioni di normative antinfortunistiche, mentre è indubbio che un vantaggio per la società possa essere ravvisato, per esempio, nel risparmio di costi o di tempo che la stessa avrebbe dovuto sostenere per adeguarsi alla normativa prevenzionistica, la cui violazione ha determinato l’infortunio sul lavoro.

Bisogna innanzitutto ricordare che i termini di “interesse” e “vantaggio” esprimono concetti giuridicamente diversi e possono essere alternativi: ciò emerge dall’uso della congiunzione “o” nel testo letterale della norma.

In particolare, il concetto di “interesse” attiene a una valutazione antecedente alla commissione del reato presupposto, mentre il concetto di “vantaggio” implica l’effettivo conseguimento dello stesso a seguito della consumazione del reato (e, dunque, una valutazione ex post).

Nel reati colposi d’evento, il finalismo della condotta prevista dall’art. 5 D.Lgs. n. 231/2001 è compatibile con la non volontarietà dell’evento lesivo, sempre che si accerti che la condotta che ha cagionato quest’ultimo sia stata determinata da scelte rispondenti all’interesse della società o sia stata finalizzata all’ottenimento di un vantaggio.

Ricorre il requisito dell’interesse quando la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell’evento (morte o lesioni del lavoratore) ha consapevolmente agito allo scopo di conseguire un’utilità per la persona giuridica; ciò accade, per esempio, quando la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l’esito (non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie, ma) di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi d’impresa: pur non volendo il verificarsi dell’infortunio a danno del lavoratore, l’autore del reato ha consapevolmente violato la normativa cautelare allo scopo di soddisfare un interesse della società (per esempio far ottenere alla società un risparmio sui costi in materia di prevenzione).

Ricorre il requisito del vantaggio quando la persona fisica, agendo per conto della società, pur non volendo il verificarsi dell’evento morte o lesioni del lavoratore, ha violato sistematicamente le norme prevenzionistiche e, dunque, ha realizzato una politica d’impresa disattenta alla materia della sicurezza del lavoro, consentendo una riduzione dei costi e un contenimento della spesa con conseguente massimizzazione del profitto.

Occorre, perciò, accertare in concreto le modalità del fatto e verificare se la violazione della normativa in materia di sicurezza o igiene del lavoro, che ha determinato l’infortunio, rispondesse ex ante a un interesse della società o abbia consentito alla stessa di conseguire un vantaggio, per esempio, risparmiando i costi necessari all’acquisto di un’attrezzatura di lavoro più moderna, ovvero all’adeguamento e messa a norma di un’attrezzatura vetusta.

Pertanto per escludere la responsabilità dell’ente va analiticamente dimostrato che:

  1. sono stati adottati ed efficacemente attuati, prima della commissione dei fatto, modelli di organizzazione e gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;
  2. il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli e di curare il loro aggiornamento è affidato a un organismo dell’ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo;
  3. non vi è omessa o insufficiente vigilanza da parte dell’organismo di cui alla lettera b.

In altri termini, la responsabilità della società per i reati di omicidio colposo o lesioni colpose commesse da suoi organi apicali con violazione della normativa in materia di sicurezza o igiene del lavoro potrà essere esclusa soltanto dimostrando l’adozione ed efficace attuazione di modelli organizzativi (per i quali soccorre il disposto dell’art. 30 del D.Lgs. n. 81/2008) e l’attribuzione a un organismo autonomo del potere di vigilanza sui funzionamento, l’aggiornamento e l’osservanza dei modelli adottati.

 

Benedetta Cargnel

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