Socio lavoratore: l’esclusione dalla cooperativa implica il licenziamento

di Benedetta Cargnel - 15 marzo 2016

Il rapporto di lavoro del socio lavoratore è disciplinato dalla legge n. 142/2001, essa stabilisce che tra il socio lavoratore e la cooperativa intercorrono e coesistono due rapporti: quello associativo e il rapporto propriamente lavorativo. Per quest’ultimo è prevista l’applicazione dello statuto dei lavoratori, con esclusione dell’art 18, ogni volta che oltre al rapporto di lavoro venga a cessare anche il rapporto associativo.

Proprio per tale speciale circostanza, l’esclusione del socio lavoratore dalla cooperativa produce la cessazione anche del rapporto lavorativo; è tuttavia possibile che la delibera di esclusione sia seguita o faccia seguito a un separato atto di licenziamento.

La giurisprudenza ha analizzato proprio tale aspetto, poiché spesso è capitato che si arrivasse all’esclusione del socio solo per procedere al suo licenziamento, evitando il sindacato del giudice in merito alla legittimità del licenziamento.

Anche di recente la Corte di Cassazione, con la sentenza 3836 del 28 febbraio 2016, è intervenuta in tale materia, analizzando il caso di alcune socie lavoratrici che erano state licenziate, successivamente alla delibera di esclusione.

Le lavoratrici impugnavano il licenziamento e il giudice della fase sommaria accoglieva le domande, mentre in sede di opposizione, il tribunale le respingeva integralmente, richiamando il disposto dell’art. 5 della legge n. 142/2001 (come modificato dalla legge n. 30/2003) ed evidenziando che l’esclusione dei soci lavoratori aveva determinato l’automatica estinzione anche dei rapporti di lavoro subordinato. La corte di appello, invece, avendo accertato l’inesistenza della delibera di esclusione, accoglieva le richieste dei lavoratori. La società quindi ricorreva per Cassazione.

Nel caso di specie, gli ermellini ricordano come il testo normativo della legge n. 142/2001 prevede proprio due differenti rapporti in capo al socio lavoratore. II legislatore, poi, ha modificato il testo originario dell’art. 5, legge n. 142/2001, prevedendo, al secondo comma, che “il rapporto di lavoro si estingue con il recesso o l’esclusione del socio deliberati nel rispetto delle previsioni statutarie e in conformità con gli articoli 2526 e 2527 del codice civile”.

La norma va pertanto letta in combinato disposto con l’art. 2533 c.c.: questa, oltre a prevedere le ipotesi di esclusione del socio, stabilisce che “contro la deliberazione di esclusione il socio può proporre opposizione al tribunale, nel termine di sessanta giorni dalla comunicazione” e aggiunge che “qualora l’atto costitutivo non preveda diversamente, lo scioglimento del rapporto sociale determina anche la risoluzione dei rapporti mutualistici pendenti”.

Proprio dall’analisi della normativa vigente, la corte osserva che il lavoro cooperativo è caratterizzato dal concorso di una molteplicità di cause collegate, con la conseguente irriducibilità del lavoro cooperativo a una dimensione puramente societaria. In questa ottica, la Cassazione ha più volte affermato che sussiste un rapporto di consequenzialità fra il recesso o l’esclusione del socio e l’estinzione del rapporto di lavoro, tale da escludere anche la necessità di un distinto atto di licenziamento.

La cassazione quindi ricorda che: “incidendo la delibera di esclusione pure sul concorrente rapporto di lavoro, il giudice, nello scrutinare la sussistenza dei relativi presupposti di legittimità, dovrà, comunque, valutare, attraverso un adeguato bilanciamento degli interessi, tanto l’interesse sociale ad un corretto svolgimento del rapporto associativo quanto la tutela e la promozione del lavoro in cui essenzialmente si rispecchia la “funzione sociale” di questa forma di mutualità. Il che implica, fra l’altro, che, rimosso il provvedimento di esclusione, il socio avrà diritto alla ricostituzione del rapporto associativo e del concorrente rapporto di lavoro”.

Da detti principi discende che, ove l’esclusione venga disposta, il socio che contesti l’atto risolutivo dovrà necessariamente opporsi alla delibera, nelle forme e nei termini previsti dall’art. 2533 c.c., e ciò anche quando la società abbia intimato il licenziamento, poiché il difetto di opposizione rende definitivo lo scioglimento del rapporto sociale e produce gli effetti previsti dall’art. 5, comma 2, della legge n. 142/2001, rendendo inammissibile per difetto di interesse l’azione proposta per contestare la legittimità del solo licenziamento.
 

Benedetta Cargnel

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