Privacy: il dipendente ha diritto a vedere il proprio fascicolo personale

di Benedetta Cargnel - 20 aprile 2016

La Corte di cassazione, con la sentenza 6775 del 6 aprile 2016 è recentemente intervenuta in tema di gestione e protezione dei dati personali dei lavoratori da parte delle aziende datrici di lavoro.

Nel caso di specie, un lavoratore dopo avere inutilmente e ripetutamente chiesto all’azienda per cui lavorava di poter accedere al proprio fascicolo personale ai sensi dell’art. 13 della legge n. 675/1996, in assenza di risposta, si rivolgeva al Garante per la protezione dei dati personali che, dopo un primo invito alla società a ottemperare spontaneamente alla richiesta, emetteva due provvedimenti in favore del richiedente.

In assenza di collaborazione da parte dell’azienda il dipendente proponeva anche ricorso in sede giurisdizionale, denunciando in primo luogo il mancato adempimento della società ai provvedimenti del Garante.

Oltre a reiterare le domande riguardanti la messa a disposizione tutti i dati nonché chiedere chiarimenti sui criteri di formazione del fascicolo personale (per poter esercitare il diritto alla integrazione dei propri dati personali ai sensi dell’art. 13, lettera c, della legge n.675/1996), chiedeva inoltre la condanna della società al risarcimento dei danni, ai sensi degli artt. 9, 18, 29, comma 9, e 37 della legge n. 675/1996.

Il tribunale e la corte di appello rigettavano le domande e il lavoratore ricorreva per Cassazione.

Gli ermellini rilevano che il datore di lavoro ha l’obbligo di custodire tutti gli atti e i documenti, prodotti dall’ente o dallo stesso dipendente, che attengono al percorso professionale, all’attività svolta e ai fatti più significativi che lo riguardano e che il dipendente ha diritto di “prendere visione liberamente degli atti e documenti inseriti nel proprio fascicolo personale”.

La cassazione ricorda, inoltre, che gli artt. 9 e 18 della legge n. 675/1996 prevedono che “chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell’articolo 2050 con la conseguenza che il danneggiato è tenuto solo a provare il danno e il nesso di causalità con l’attività di trattamento dei dati, mentre spetta al convenuto la prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno”.

La corte, pertanto accoglieva il ricorso del lavoratore e, sul punto enuncia i seguenti principi di diritto in materia di gestione dei dati sensibili dei lavoratori:

  1. in materia di trattamento dei dati personali, il principio della alternatività del ricorso all’autorità giudiziaria rispetto al ricorso al Garante, previsto nell’ipotesi in cui entrambe le suddette iniziative abbiano il medesimo oggetto per essere compatibile con l’art. 24 Cost. deve essere inteso in senso specifico e conforme ai principi generali del diritto processuale e quindi nel senso che può applicarsi solo quando la domanda proposta in sede giurisdizionale e quella proposta in sede amministrativa (con ricorso al Garante) siano tali che in ipotesi di contestuale pendenza davanti a più giudici, potrebbero, in via generale, essere assoggettate al regime processuale della litispendenza o della continenza;
  2. il diritto soggettivo del lavoratore di accedere al proprio fascicolo personale è tutelabile in quanto tale perché si tratta di una posizione giuridica soggettiva che trae la sua fonte dal rapporto di lavoro (arg. ex Cass. SU 4 febbraio 2014, n. 2397). L’obbligo del datore di lavoro di consentirne il pieno esercizio, prima ancora che nella legge n. 675/1996. deriva dal rispetto dei canoni di buona fede e correttezza che incombe sulle parti del rapporto di lavoro ai sensi degli artt. 1175 e 1375 cod. civ., come, del resto è confermato dal fatto che, da tempo, la contrattazione collettiva dei diversi settori prevede che i datori di lavoro debbano conservare, in un apposito fascicolo personale, tutti gli atti e i documenti, prodotti dall’ente o dallo stesso dipendente, che attengono al percorso professionale, all’attività svolta e ai fatti più significativi che lo riguardano e che il dipendente ha diritto di prendere visione liberamente degli atti e documenti inseriti nel proprio fascicolo personale. Ciò non esclude – ma anzi rafforza – il diritto del lavoratore di rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali tutte le volte in cui intenda ottenere, in tempi ragionevoli, alcuno dei provvedimenti – di natura provvisoria o definitiva – previsti dall’art. 13 della legge n. 675/1996 cit. al fine di ottenere, per esempio, l’integrazione dei dati personali detenuti dal datore di lavoro con documenti ulteriori, che attestino valutazioni di merito o che comunque a suo avviso rilevino in ogni caso, restando salva la discrezionalità del datore circa le modalità di utilizzo di dette integrazioni;
  3. il diritto riconosciuto ai lavoratori dipendenti di ottenere che le valutazioni datoriali su rendimento e capacità professionale, espresse con le note di qualifica, siano formulate nel rispetto dei parametri oggettivi previsti dal contratto collettivo e degli obblighi contrattuali di correttezza e buona fede di cui agli artt. 1175 e 1375, cod. civ., oltre che della inerente necessaria trasparenza può essere fatto valere in sede giudiziaria – pure a prescindere da un immediato effetto negativo subito, venendo in considerazione la tutela della dignità del lavoratore – onde ottenere il controllo da parte del giudice della conformità del procedimento seguito per la formulazione delle suindicate valutazioni ai suddetti parametri, gravando sul datore di lavoro l’onere di motivare le note di qualifica medesime, per permettere lo svolgimento di tale controllo giudiziale, il quale non è limitato alla mera verifica della coerenza estrinseca del giudizio riassuntivo della valutazione, ma ha a oggetto la verifica della correttezza del procedimento di formazione del medesimo. Sicché esso richiede di prendere in esame i dati sia positivi che negativi rilevanti al fine della valutazione, non potendo invece tenersi conto di quelli estranei alla prestazione lavorativa, comportando la violazione del suddetto obbligo datoriale con la conseguenza, che, la valutazione stessa debba ritenersi non avvenuta.

 

Benedetta Cargnel

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