Repechage: tocca al datore di lavoro provarne l’impossibilità

di Benedetta Cargnel - 7 aprile 2016

Una recente sentenza della Corte di cassazione, la n. 5592 del 22 marzo 2016, torna a definire gli obblighi probatori in capo al datore di lavoro in materia di licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

In sede processuale, infatti è onere del datore di lavoro dimostrare di non poter utilmente impiegare il lavoratore in altre mansioni compatibili con la qualifica rivestita prima del licenziamento, prima di dover procedere al suo licenziamento. (c.d. repechage).

Nel caso in esame un lavoratore impugnava il licenziamento, lamentando l’inadempimento della società datrice all’obbligo di repechage.

Il tribunale e la corte di appello respingevano le domande del lavoratore, ritenendo che lo stesso non avesse provveduto all’onere di allegazione relativo al lamentato mancato repechage, e il lavoratore decideva di ricorrere per cassazione avverso detta sentenza.

Sul punto la corte di cassazione ricorda che a lungo la giurisprudenza ha ritenuto che esistesse in capo al lavoratore un onere probatorio circa l’allegazione dell’esistenza di altri posti di lavoro per la sua utile ricollocazione, in virtù di una collaborazione processuale tra le parti.

In questa sede, tuttavia la cassazione si pone in contrasto con tale consolidato orientamento, ritenendo che non è possibile richiedere al lavoratore di indicare i posti di lavoro a cui potrebbe essere assegnato, visto che egli è estraneo all’organizzazione aziendale, e pertanto tale allegazione, oltre a costituire un inversione dell’onere probatorio, risulterebbe troppo gravosa per il lavoratore.

Il dipendente, infatti, non dispone, al contrario del datore di lavoro, della completezza di informazione delle condizioni dell’impresa, tanto più in una condizione di crisi, in cui esse mutano continuamente a misura della sua evoluzione e degli interventi imprenditoriali per rimediarvi o comunque indirizzarne gli sbocchi.

Secondo la Cassazione, grava pertanto sul datore di lavoro provare la sussistenza del licenziamento e anche del requisito dell’impossibilità del repechage quale criterio di integrazione delle ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa, nella modulazione della loro diretta incidenza sulla posizione del singolo lavoratore licenziato, derogabile soltanto quando il motivo consista nella generica esigenza di riduzione di personale omogeneo e fungibile, senza invece che vi sia la necessaria collaborazione del lavoratore nell’accertamento di un possibile repechage.

La corte, enuncia il seguente principio di diritto: "In materia di illegittimo licenziamento per giustificato motivo oggettivo, spetta al datare di lavoro l'allegazione e la prova dell'impossibilità di repechage del lavoratore licenziato, in quanto requisito del giustificato motivo di licenziamento, con esclusione di un onere di allegazione al riguardo del secondo, essendo contraria agli ordinari principi processuali una divaricazione tra i due suddetti oneri, entrambi spettanti alla parte deducente".

Il datore di lavoro, quindi, dovrà fornire nel giudizio tutti dati utili per valutare l’impossibilità del ricollocamento del lavoratore, con particolare attenzione alle eventuali assunzioni fatte nel semestre successivo al licenziamento dimostrando che, per ciascuna di esse, non poteva essere adibito il lavoratore licenziato.

Si segnala che tale orientamento si comporta una forte problematica se letto in combinazione con il nuovo testo dell’art 2103 c.c. in materia di mansioni perché con la ampliata possibilità per il datore di lavoro di modificare le mansioni del dipendente rimane ancora da chiarire quali siano, a questo punto, i limiti dell’obbligo di repechage in capo al datore di lavoro.

 

Benedetta Cargnel

0 Commenti :

Commento

Captcha