Licenziamento legittimo per i "furbetti" della legge 104

di Benedetta Cargnel - 26 maggio 2016

Più volte la corte di Cassazione ha esaminato casi di licenziamento intimato a lavoratori che, usufruendo della possibilità prevista dalla legge n. 104/1992, hanno preso permessi per assistere un familiare, ma hanno utilizzato questo tempo, anche in maniera parziale, per svolgere attività personali non riconducibili all’assistenza del proprio parente invalido.

La corte di legittimità ha infatti più volte stabilito che per i lavoratori che hanno richiesto un permesso retribuito per prestare assistenza ai familiari disabili, esista l’impossibilità di poter svolgere, durante la stessa giornata, altri e/o diversi compiti.

Con due recenti sentenze (la n. 9749/2016 e la n. 9217/2016), la Cassazione torna sul tema, ribadendo infatti la legittimità del licenziamento erogato a seguito dell’abuso dell’utilizzo di tali permessi.

Nel primo caso un lavoratore aveva impugnato il licenziamento intimato per essersi recato a effettuare lavori in terreni di sua proprietà, mentre fruiva dei permessi ai sensi della legge n. 104/1992.

Tale comportamento veniva ritenuto contrario al minimo etico, e, pertanto, non era neanche necessaria l’affissione del codice comportamentale in azienda per la legittimità della sanzione.

Nel secondo caso, invece, un lavoratore veniva licenziato perché, veniva appurato che pur avendo richiesto dei permessi ai sensi della legge n. 104/1992, si recava a casa del parente da assistere per meno ore di quelle richieste.

La corte, sul punto ribadisce che il comportamento del prestatore di lavoro subordinato che, in relazione al permesso ex art. 33 della L. n. 104/1992, si avvale dello stesso non per l’assistenza al familiare, bensì per attendere ad altra attività, integra l’ipotesi dell’abuso di diritto, giacché tale condotta si palesa, nei confronti del datore di lavoro come lesiva della buona fede, privandolo ingiustamente della prestazione lavorativa in violazione dell’affidamento riposto nel dipendente e integra nei confronti dell’ente di previdenza erogatore del trattamento economico, un’indebita percezione dell’indennità e uno sviamento dell’intervento assistenziale.

In entrambi i casi, poi, la violazione era scoperta grazie all’attività di un’agenzia investigativa.

La corte pertanto si trova a dover decidere anche in materia di controlli datoriali con l’ausilio di un’agenzia investigativa e ritiene che gli stessi non violino l’art. 4 della L. n. 300/1970 in quanto oggetto delle contestazioni disciplinari non sono i comportamenti tenuti dal lavoratore nel corso dello svolgimento delle sue prestazioni lavorative; e, pertanto, non è precluso al datore di lavoro di procedere ad accertamenti di circostanze di fatto atte a dimostrare l’insussistenza della giustificazione del permesso richiesto.

Per la costante giurisprudenza, poi, l’indebito utilizzo di permessi previsti per l’assistenza di persone disabili è un atto talmente grave da ritenere proporzionato il licenziamento per giusta causa, visto lo sprezzo per gli elementari doveri imposti dalla convivenza sociale da parte di chi persistentemente fruisce di un beneficio concesso per l’assistenza ai portatori di handicap al fine di soddisfare esigenze diverse, con un danno non solo per il datore di lavoro, che vede mancare la prestazione lavorativa dovuta, ma anche per l’intera collettività costretta a sopportarne l’indebito costo.

 

Benedetta Cargnel

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