Il costo del licenziamento

di Benedetta Cargnel - 29 settembre 2016

Almeno fino all’introduzione del Jobs Act, uno dei grandi problemi del sistema lavorativo italiano era rappresentato dall’impossibilità per il datore di lavoro di prevedere (e poter in qualche modo contenere) il costo del licenziamento del personale: il cosiddetto firing cost.

Infatti, ancora adesso, salvo le modifiche della legge Fornero, per il lavoratori assunti prima dell’introduzione del contratto a tutele crescenti, in caso di reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro successivamente a tale sentenza, l’azienda è tenuta al pagamento di tutte le mensilità che il lavoratore avrebbe percepito in assenza del licenziamento. Ovviamente (e come spesso capita) se il provvedimento viene pronunciato a molta distanza dal provvedimento espulsivo tale somma può essere molto elevata, e, in alcuni casi, sussisteva il rischio di mettere in crisi il datore di lavoro.

L’unico limite a tale risarcimento consiste nel fatto che il datore di lavoro può dedurre da quanto dovuto al lavoratore le somme che quest’ultimo ha percepito successivamente alla perdita del lavoro, nonché quelle somme che non avrebbe dovuto versare se il lavoratore avesse avuto la normale diligenza nella ricerca di un nuovo posto di lavoro: tali somme vengono definite rispettivamente come aliunde perceptum e aliunde percipiendum.

Pertanto, in caso di processo volto a ottenere l’illegittimità del licenziamento e consequenziale risarcimento del danno, il datore di lavoro che contesti la richiesta risarcitoria pervenutagli dal lavoratore onerato, pur con l'ausilio di presunzioni semplici, della prova dell'aliunde perceptum o dell’aliunde percipiendum, a nulla rilevando la difficoltà di tale tipo di prova o la mancata collaborazione del dipendente estromesso dall'azienda, dovendosi escludere che, il lavoratore abbia l'onere di farsi carico di provare una circostanza, quale la nuova assunzione a seguito del licenziamento, riduttiva dei danno patito

Ai fini della sottrazione dell'aliunde perceptum o percipiendum dalle retribuzioni dovute, è, quindi, necessario che il datore di lavoro dimostri quantomeno la negligenza del lavoratore nella ricerca di altra proficua occupazione, o che comunque risulti, da qualsiasi parte provenga la prova, che il lavoratore abbia trovato una nuova occupazione e quanto egli ne abbia percepito, tale essendo il fatto idoneo a ridurre l'entità del danno risarcibile.

Anche di recente la Corte di cassazione, con la sentenza n. 17776 dell’8 settembre 2016, ha di fatto ribadito la tesi sopra affermata: in assenza di allegazioni sul punto fornite dalla società, il giudice non è tenuto ad alcuna valutazione a riguardo.

Pertanto in sede processuale è un onere specifico della società provare che il lavoratore abbia percepito somme da altri lavori, in assenza del quale il giudice condannerà al risarcimento di tutte le somme maturate.

 

Benedetta Cargnel

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