Quanto guadagna realmente un docente universitario?

di Simone Aliprandi - 9 settembre 2016

Chi non è del settore ha un'idea distorta di quanto possa guadagnare chi insegna in corsi universitari o comunque di livello universitario/post-universitario (compresi quindi anche master, scuole di specializzazione, dottorati di ricerca). Ecco qualche cifra che vi farà riflettere sul valore che viene attribuito all’insegnamento di livello universitario. La figura più bistrattata è quella del cosiddetto “docente a contratto”.

Gli stipendi mensili dei professori di ruolo delle università pubbliche sono noti (e resi pubblici per legge) e oscillano tra i 3300 e i 4000 euro del professore ordinario passando per i 2200/2700 euro del professore associato. C’è poi la figura del ricercatore di ruolo al quale comunque spetta l’attività di docenza, che è retribuita tra i 1300 e i 1700 euro mensili. Ovviamente tutti con tredici mensilità annue e tutte le garanzie e i benefit previdenziali riservati ai dipendenti pubblici.

Tuttavia vorrei concentrarmi più che altro sulla figura dei cosiddetti "docenti a contratto" (della quale io stesso mi sono trovato a far parte), cioè di quei docenti non incardinati come dipendenti dell'università o dell’ente di formazione e che prestano i loro servizi come liberi professionisti o collaboratori esterni.

Per i docenti a contratto - com'è intuibile - il compenso è su base oraria e non mensile e, anche se non ci sono vere e proprie categorie, possono esserci delle tariffe scaglionate sulla base delle qualifiche e dell'esperienza del singolo docente. Ma la tendenza è quella di avere una tariffa oraria standard per tutti i casi.

Premetto che i numeri e le informazioni che vi fornisco di seguito sono basati sull'esperienza personale (di circa 10 anni di docenze per vari enti universitari e para-universitari) e su quanto mi viene raccontato regolarmente da colleghi e amici impegnati nella stessa attività. Tuttavia questi dati sono facilmente verificabili accedendo alle sezioni “trasparenza” dei siti delle varie università pubbliche e cercando tra i verbali degli incarichi di docenza.

La tariffa oraria per un docente a contratto presso università pubbliche o altri enti pubblici di ricerca e formazione oscilla tra i 40 e i 60 euro orari. Normalmente vengono conteggiate solo le ore strettamente dedicate alla docenza frontale in aula: restano quindi non retribuite eventuali ore impiegate per attività connesse come la preparazione dei materiali, il ricevimento studenti (che spesso può essere fatto anche in videoconferenza, ma che comunque richiede un impegno di circa una/due ore a settimana), la gestione delle email (a volte molte) che gli studenti inviano con le più svariate richieste. Solo in alcuni casi vengono retribuite le sessioni di esame, e quando accade vengono retribuite con una sorta di gettone di presenza simbolico e standard (perché ovviamente una sessione di esame con 15 iscritti richiede lo stesso tempo e lo stesso sforzo di una sessione con 90 iscritti). E normalmente devono essere garantite almeno quattro (ma a volte anche sei) sessioni d’esame per tutto il corso.

Infine quasi mai è previsto un rimborso delle spese vive (biglietti treno, biglietti mezzi cittadini, pasti fuori sede) sostenute per portare a termine l’incarico; le quali spesso non sono così irrilevanti dato che non tutti i docenti a contratto hanno la fortuna di insegnare nell’università sotto casa e spesso devono fare decine di chilometri per recarsi in aula.

Facciamo quindi i cosiddetti “conti della serva”. Se come durata media di un corso universitario consideriamo 40 ore, con una tariffa media di 50 euro all’ora, il compenso per l’intero corso sarà di 2000 euro. Ma ricordiamo che da questo compenso lordo dobbiamo togliere innanzitutto le tasse sul reddito e in alcuni casi una percentuale per contributi previdenziali, a seconda del regime fiscale applicabile. Nel caso di un contratto a partita Iva sappiamo che mediamente al docente rimarrà in tasca non più del 55% del compenso fatturato. I 2000 euro diventano quindi non più di 1100 netti (e in alcuni casi potrebbero essere anche meno).

Inoltre, alle 40 ore di docenza dobbiamo aggiungere:

  • le ore per la preparazione delle lezioni. Questo tempo è molto variabile; ma per esperienza posso dirvi che per una lezione di due ore ci vuole almeno una mezz’ora di preparazione (realizzazione delle slide, verifica di casi e articoli da commentare a lezione, ecc.). Verrebbero quindi fuori altre 10 ore.
  • le ore per il ricevimento studenti. Un corso di 40 ore con 2 lezioni da 2 ore per ogni settimana dura 10 settimane. Vengono fuori quindi altre 10 ore.
  • le ore per le sessioni di esame. Calcoliamo 4 sessioni di esami da mezza giornata (4 ore) per un totale un totale di 16 ore. È una stima al ribasso perché ricordiamoci che spesso le sessioni durano più di mezza giornata e spesso le sessioni previste sono 6 e non 4.

Da questa stima (pur approssimativa e comunque approssimata per difetto) si deduce che le ore di impegno complessivo per gestire adeguatamente l’incarico di docenza è di 76 ore. Quindi diluendo il compenso complessivo netto di 1100 euro per questo monte ore effettivo, emerge che un docente a contratto viene retribuito con un compenso orario “reale” di circa 14.50 euro nette.

Parliamo di persone che normalmente hanno un’istruzione molto elevata e con indiscussa esperienza professionale, che tra l’altro svolgono un’attività molto delicata e socialmente fondamentale: quella di formare le menti dei futuri professionisti, dei futuri manager, dei futuri intellettuali. Eppure vengono pagati di fatto molto meno di una badante, di un barista, di una commessa, di un addetto alle pulizie (ovviamente, con tutto il rispetto per queste nobilissime e utilissime figure professionali).

Questa situazione poco incoraggiante a livello retributivo non è nemmeno controbilanciata da altri benefit o garanzie. Teniamo infatti presente che quasi sempre si tratta di incarichi che vengono rinnovati a ogni corso e il docente non ha nemmeno la certezza di mantenere la docenza per più di un anno accademico.

Infine, consideriamo che, dal momento che si tratta il più delle volte di professionisti (ingegneri, architetti, avvocati, medici, commercialisti…) assumere un incarico di docenza con le caratteristiche sopra descritte significa doversi assentare per un paio di mattine a settimana dalla proprio attività professionale o comunque distogliere dalla propria attività principale una parte non irrilevante delle proprie energie e del proprio tempo (tempo che in sede professionale varrebbe ben più di 50 euro lordi all’ora).

Conseguenza di tutto questo sistema è che tendenzialmente il ruolo di docente a contratto viene assunto solo da chi lo prende come un raffinato hobby intellettuale e che quindi probabilmente potrebbe permettersi di farlo anche gratis (come d’altronde spesso accade). Oppure da chi vuole semplicemente avvantaggiarsi del titolo e aumentare la tariffa per le sue consulenze (la cosa più triste).

Di certo con questo sistema si allontanano quei professionisti che invece sarebbero più motivati e “vocati” a svolgere l’attività di docenza.

Che dite? Secondo voi sto ingrandendo inutilmente il problema perché tanto i docenti a contratto sono solo un fenomeno di nicchia? Allora fate passare un po’ dei siti web dei principali atenei e scoprirete che in realtà le università ricorrono sempre più a questa soluzione; in fondo è una soluzione economica e poco impegnativa.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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1 Commenti :

Inviato da marco contini il 9 settembre 2016 alle 10:33

Non è vero che gli strutturati percepiscono quattordici mensilità... chi te l'ha detto ti ha preso in giro

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