Principio di non discriminazione dei lavoratori part-time

di Benedetta Cargnel - 12 ottobre 2016

Ancora una volta la Cassazione è tornata a ribadire il principio di non discriminazione riguardo al trattamento del lavoratore part time rispetto ai lavoratori a tempo pieno.

Nel caso di specie, un lavoratore si rivolgeva al tribunale asserendo di essere stato retribuito con somme inferiori rispetto a quelle corrisposte ai lavoratori full time, in violazione del divieto di discriminazione di cui al D.Lgs. n. 61 del 2000, art. 4, attuativo della direttiva 97/81/CE, relativa all'accordo-quadro sul lavoro a tempo parziale.

Per tale normativa il lavoratore in regime di part-time non deve ricevere un trattamento meno favorevole rispetto al lavoratore a tempo pieno comparabile, soggetto che viene individuato esclusivamente in quello inquadrato nello stesso livello, in forza dei criteri di classificazione stabiliti dai contratti collettivi.

La corte di appello dava ragione alle richieste del lavoratore e la società ricorreva per cassazione.

Gli ermellini, con la sentenza del 23 settembre 2016, n.18709, ribadiscono ancora una volta i principi su cui si deve fondare la determinazione del lavoro part-time

La corte, infatti ricorda che è il decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 61 ad attuare la direttiva 97/81/CE, relativa all'accordo-quadro sul lavoro a tempo parziale.

Tale normativa ha come scopo quello di assicurare la soppressione delle discriminazioni nei confronti dei lavoratori a tempo parziale e di migliorarne la qualità del lavoro.

Alla stregua di detta legge per lavoratore part-time si intende  il lavoratore il cui orario di lavoro normale, calcolato su base settimanale o in media su un periodo di impiego che può andare fino ad un anno, è inferiore a quello di un lavoratore a tempo pieno comparabile.

Il  "lavoratore a tempo pieno comparabile" è, invece, il lavoratore a tempo pieno dello stesso stabilimento, che ha lo stesso tipo di contratto o di rapporto di lavoro e un lavoro/occupazione identico o simile, tenendo conto di altre considerazioni che possono includere l'anzianità e le qualifiche/competenze.

Qualora non esistesse nessun lavoratore a tempo pieno comparabile nello stesso stabilimento, il paragone si dovrà effettuare con riferimento al contratto collettivo applicabile o, in assenza di contratto collettivo applicabile, conformemente alla legge, ai contratti collettivi o alle prassi nazionali.

La disciplina prevede che i lavoratori a tempo parziale non devono essere trattati in modo meno favorevole rispetto ai lavoratori a tempo pieno comparabili per il solo motivo di lavorare a tempo parziale, a meno che un trattamento differente sia giustificato da ragioni obiettive, applicando il principio "pro rata temporis".

il D.Lgs. n. 61 del 2000, ha dato attuazione alla normativa comunitaria, stabilendo quanto segue:

1. Fermi restando i divieti di discriminazione diretta ed indiretta previsti dalla legislazione vigente, il lavoratore a tempo parziale non deve ricevere un trattamento meno favorevole rispetto al lavoratore a tempo pieno comparabile, intendendosi per tale quello inquadrato nello stesso livello in forza dei criteri di classificazione stabiliti dai contratti collettivi (…)

2. L'applicazione del principio di non discriminazione comporta che:

a) il lavoratore a tempo parziale benefici dei medesimi diritti di un lavoratore a tempo pieno comparabile in particolare per quanto riguarda l'importo della retribuzione oraria; la durata del periodo di prova e delle ferie annuali; la durata del periodo di astensione obbligatoria e facoltativa per maternità; la durata del periodo di conservazione del posto di lavoro a fronte di malattia; infortuni sul lavoro, malattie professionali; l’applicazione delle norme di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro; l'accesso ad iniziative di formazione professionale organizzate dal datore di lavoro; l'accesso ai servizi sociali aziendali; i criteri di calcolo delle competenze indirette e differite previsti dai contratti collettivi di lavoro; i diritti sindacali (…) eventualmente i contratti collettivi possono stabilire norme appositi in materia di conservazione del posto di lavoro per malattia;

b) il trattamento del lavoratore a tempo parziale sia riproporzionato in ragione della ridotta entità della prestazione lavorativa in particolare per quanto riguarda l'importo della retribuzione globale e delle singole componenti di essa; l'importo della retribuzione feriale; l'importo dei trattamenti economici per malattia, infortunio sul lavoro, malattia professionale e maternità. 

Benedetta Cargnel - Avvocato

Benedetta Cargnel

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