Addio ai voucher, che fare? Ecco le alternative dei Consulenti del lavoro

di Michele Chicco - 30 marzo 2017

Come colmare il vuoto lasciato dai voucher? I buoni per il lavoro accessorio sono stati cancellati con un rapido colpo di spugna dall'esecutivo di Paolo Gentiloni che ha emanato un decreto legge a metà marzo per difendere i precari dagli abusi ed evitare che a fine maggio un nuovo referendum potesse minare le basi del governo. Adesso, più o meno chiarito come poter usare i ticket per pagare i proprio collaboratori già acquistati nelle prime settimane dell'anno, per le imprese resta un problema non banale: come far fronte alla necessità di avere dei collaboratori occasionali e pagarli senza cadere nell'illegalità. La Fondazione studi dei Consulenti del lavoro ha messo a punto una ricerca nella quale vengono passate in rassegna le possibili alternative ai voucher: contratto di somministrazione, co.co.co e lavoro intermittente. È bene dirlo subito, però: per chi paga, a parità di netto nelle tasche del collaboratore, non c'è niente di più conveniente dei buoni per il lavoro accessorio spediti in soffitta dall'esecutivo. 

Dal punto di vista della tipologia del contratto di lavoro, la forma che più si avvicina all'utilizzo dei voucher è il contratto a intermittenza che risulta più compatibile con le necessità dei datori di lavoro rispetto al contratto di somministrazione e al co.co.co. Il contratto di lavoro intermittente, spiega la Fondazione, prevede la possibilità di richiedere la prestazione di lavoro “a chiamata” soltanto quando il datore di lavoro la richiede, con un connotato di “estemporaneità” assimilabile all'utilizzo dei voucher. Tuttavia, a differenza dei buoni il lavoro intermittente è un rapporto di lavoro subordinato a tutti gli effetti, con relativi obblighi e costi. Il contratto di somministrazione, invece, a tempo indeterminato o determinato, è quello con il quale un'agenzia di somministrazione autorizzata mette a disposizione di un utilizzatore uno o più lavoratori suoi dipendenti, i quali, per tutta la durata della missione, svolgono la propria attività nell'interesse e dell'utilizzatore. Anche questa tipologia di contratto richiede la formalizzazione di un contratto scritto con il riferimento all’autorizzazione amministrativa dell’agenzia, la previsione della durata del rapporto, le mansioni, l’orario ed il luogo di lavoro. Insomma, tipologie di accordo non assimilabili ai voucher. 

La terza opzione presa in considerazione dai Consulenti del lavoro è il contratto di collaborazione coordinata e continuativa che però per sua natura è sinonimo di ampia autonomia da parte di tutti gli attori che, ricorda la Fondazione, "possono determinare il contenuto del contratto delle co.co.co. come meglio credono", ma devono comunque garantire un significativo connotato di autonomia della prestazione, dall'orario di lavoro alle mansioni puntali da svolgere: tutte esigenze che possono legittimamente insorgere nell’ambito di un lavoro occasionale, "pertanto - ragionano i Consulenti - anche la collaborazione coordinata e continuativa, pur apparentemente compatibile, non risulta idonea all’applicazione per il lavoro occasionale".

Insomma, se dal punto di vista della struttura del contratto è quello a intermittenza a rappresentare la giusta alternativa ai voucher, cosa succede se come parametro si prende il costo del lavoro? La simulazione è affascinante perché dimostra quanto incida per i conti di una impresa la scelta delle tipologie contrattuali dei propri collaboratori: per un netto di 1.260 euro, con i voucher un datore di lavoro avrebbe speso 1.680 in totale e adesso gli conviene scegliere un co.co.co. che costa complessivamente poco più di 2mila euro, tra tasse e adempimenti. Il contratto di somministrazione, che come il contratto di collaborazione non è assimilabile al lavoro accessorio, costa più caro nel suo complesso e arriva a superare i 2.600 euro al mese

Alla fine della fiera, quello più economico è l'accordo intermittente senza l'indennità di disponibilità: per un netto di 1.260 euro i costi sostenuti dal datore di lavoro si attestano a 2.300 euro circa; con l'indennità si sale di 400 euro circa. Come scrivono i Consulenti,"il contratto di lavoro intermittente, nell’ambito dello svolgimento di prestazione di lavoro subordinato, dall’analisi riportata risulterebbe la forma contrattuale più aderente sia in termini di costi che in termini di gestione". Del resto, è la sola tipologia contrattuale che al momento "consente di accedere a prestazioni di lavoro discontinue, circoscritte esclusivamente a specifici periodi dell’anno o cicli di lavoro". Conto piuttosto salato: a parità di netto nelle tasche del collaboratore, un solo mese di lavoro costa oltre 600 euro in più, un aumento di 3,75 euro all'ora. E parliamo della migliore delle ipotesi. 

Michele Chicco

@mchicco

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