Pensionati e disoccupati, ecco chi paga per l'abolizione dei voucher

di Michele Chicco - 14 aprile 2017

A chi è costata cara l'abolizione dei voucher? La Fondazione studi dei consulenti del lavoro ha provato a sciogliere l'enigma e la risposta non è confortante: a pagare dazio sono stati soprattutto pensionati, lavoratori dipendenti e disoccupati. Se cancellare l'utilizzo dei buoni per il lavoro accessorio aveva l'obiettivo di punire le imprese che ne avevano fatto un uso spropositato, con la legge varata in fretta e furia dall'esecutivo a essere colpite sono le categorie più deboli che utilizzavano i voucher come una ghiotta occasione per arrotondare. Elaborando i dati del 2015, i Consulenti del lavoro spiegano che solo il 37% dei voucheristi utilizzava i buoni come unica forma di reddito, il restante 63% sfruttava tutte le potenzialità dei ticket per guadagnare qualcosa in più. In numeri assoluti la differenza è ancora più lampante: 509mila persone potevano contare sui voucher come unica forma di reddito, 870.521 lavoratori erano ben contenti di poter incassare senza avere troppi vincoli con il proprio datore di lavoro, perché beneficiari di assegni di disoccupazione o pensione (368.589) oppure già occupati (501.932). 

Il totale dice 1.380.030 lavoratori pagati con i voucher nel 2015 e questo indica, sottolineano i Consulenti, "la marginalità della rilevanza economica" del lavoro accessorio, con 880 milioni di euro versati con i voucher contro 386 miliardi di stipendi complessivi erogati dal privato nel 2015. Ma non solo perché dall'analisi dei dati, scrivono i Consulenti, "emerge che la maggior parte dei voucher veniva utilizzata effettivamente per quelle finalità residuali che il legislatore aveva prefigurato: sostegno alla disoccupazione, arrotondamento di stipendi e pensioni. Vero e proprio lavoro 'accessorio' rispetto alle risposte primarie che venivano offerte al mercato dell’occupazione attraverso i contratti di lavoro tipici". Senza più ticket a disposizione sono due le chance che si prospettano a chi fino a poche settimane fa poteva incassare i voucher: rinunciare ad arrotondare o lavorare in nero, perché nel quadro normativo attuale manca una valida alternativa allo strumento archiviato un mese fa. 

Di tutte le forme contrattuali attualmente a disposizione delle imprese, infatti, nessuna ha la libertà di movimento prevista dai buoni per il lavoro accessorio. Come avevano già spiegato i Consulenti, è il lavoro a chiamata quello che più si avvicina alle caratteristiche dei voucher anche se, dettaglio non da poco, "anche questo è pur sempre un rapporto di lavoro subordinato a tutti gli effetti che prevede adempimenti, formalità e programmazione preventiva". Nel bouquet degli accordi possibili c'è il contratto a tempo determinato, che prevede un legame pesante tra l'azienda e il suo dipendente, e il contratto di somministrazione che a sua volta, viene spiegato, ha un "costo orario della prestazione che supera anche del 50% quello del lavoratore voucherista". Non il massimo per le imprese; ma se le aziende in qualche modo potranno trovare una soluzione, grandi difficoltà ci saranno per le famiglie che utilizzavano i voucher per pagare le forme di collaborazione saltuaria indispensabili nella gestione di una casa, come interventi di manutenzione o pulizie straordinarie: "Manca completamente uno strumento normativo per dare regolarità ai tanti rapporti che si avviano in ambito familiare", scrivono i Consulenti che denunciano "una assoluta mancanza di regolamentazione".

Ed è qui che nasce l'invito a "una riflessione politica urgente per evitare che tutti questi soggetti finiscano per alimentare quel lavoro sommerso reso visibile proprio grazie all'utilizzo dei voucher". L'obiettivo è evitare che entrino in una zona più-che-grigia da un lato gli oltre 800mila lavoratori che vogliono arrotondare e dall'altro chi ha bisogno di una folta pattuglia di collaboratori ma non ha le possibilità di regolamentare i rapporti con contratti subordinati. "L’abolizione integrale della disciplina" risulta, insomma, "poco favorevole, soprattutto per quelle categorie di lavoratori che utilizzavano i voucher in maniera genuina per rispondere ad effettive esigenze di lavoro occasionale, saltuario e limitato nel tempo, e che adesso rischiano di trovarsi senza alternative valide". Intanto, per la conversione del decreto legge che ha abolito i voucher manca adesso solo il voto del Senato, ma si lavora ad una normativa alternativa che possa tappare i buchi creati dalla frettolosa cancellazione dei buoni per il lavoro accessorio. Alcuni giorni fa, dopo un vertice di maggioranza con il presidente del Consiglio Gentiloni, il capogruppo di Ap-Ncd, Maurizio Lupi, ha fissato la deadline per il nuovo testo: "Il 15 maggio". Un mese per schiarirsi le idee e presentare una proposta convincente al sistema delle imprese (e delle famiglie) italiane. 

 

Michele Chicco

@mchicco

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