Aggiornamento professionale: un sistema da ripensare. Troppi crediti e controlli approssimativi

di Simone Aliprandi - 10 gennaio 2017

Sotto il periodo di Natale, non solo i centri commerciali hanno un'impennata delle vendite grazie ai regali; anche i siti che vendono corsi di aggiornamento professionale online vedono un cospicuo aumento del traffico. Merito di tutti quei professionisti che non hanno ancora maturato un numero sufficiente di crediti formativi per l'anno in corso e che hanno dovuto “metterci una pezza” entro il 31 dicembre onde evitare il rischio di una tirata di orecchi da parte del proprio Consiglio dell'Ordine.

Sono un avvocato e parlo quindi sulla base dell'esperienza della mia categoria, ma credo che le considerazioni che espongo in questo articolo valgano più o meno per tutte le professioni che da circa un decennio sono state investite da questo nuovo obbligo.

A scanso di equivoci, chiarisco subito che io sono assolutamente favorevole a che ci sia un obbligo di aggiornamento per tutte le professioni qualificate e regolamentate. Ciò che secondo me non va è innanzitutto l'eccessiva quantità di crediti richiesti (nonostante sia già stati ridotti rispetto alla prima indicazione) e in secondo luogo il controllo sull'assolvimento dell'obbligo vengono gestiti dai vari ordini locali.

 

Troppi crediti

Sarò lapidario: nonostante siano stati da poco diminuiti rispetto ai 90 crediti inizialmente previsti, penso che il numero di crediti formativi richiesti per l'aggiornamento professionale di noi avvocati sia comunque eccessivo. Ora vi spiego perché.

Attualmente per gli avvocati l'obbligo di formazione è così strutturato: 60 crediti per ogni ciclo triennale, di cui 9 in materie obbligatorie (deontologia e previdenza), con un minimo di 15 crediti l'anno. I numeri sono anche stati diminuiti con il triennio ora in corso (i crediti totali originariamente erano infatti 90 a triennio), ma a mio avviso sono comunque troppi. Un master o comunque un corso di specializzazione o di perfezionamento che siano comunque accreditati ai fini della formazione continua può valere al massimo 20 crediti. In sostanza, questo sistema vorrebbe che un professionista faccia un master o un corso di perfezionamento all'anno. Non sono convinto che questa sia la strada giusta: un conto è richiedermi un aggiornamento professionale professionale, altro conto è costringermi a “ronzare” attorno all'università per tutta la vita.

La mia umile proposta è quella di ridurre drasticamente il numero di crediti e sostanzialmente di dimezzarli portandoli a un totale di 30 a triennio, di cui 4 o al massimo 5 in materia obbligatoria. A mio avviso ciò è già sufficiente per far sì che il professionista non si “sieda sugli allori” e non spenga il cervello; il resto lo farà l'effettiva pratica professionale e il personale interesse e slancio verso un'autentica crescita intellettuale. Poi ricordiamoci che c'è sempre la selezione del mercato (solitamente abbastanza “crudele” verso chi non si aggiorna)... nonché la selezione naturale.

 

La piaga dei corsi di deontologia

Vogliamo poi parlare della piaga dei corsi di deontologia professionale (più propriamente in materia obbligatoria)!? Suvvia, siamo onesti; ce n'è davvero tanto bisogno?! Conosco colleghi che, per poter arrivare alla soglia dei 9 crediti a triennio, si sono ascoltati tre volte la stessa noiosissima lezione sulla previdenza professionale. D'altronde, il codice deontologico e la normativa previdenziale non vedono modifiche sostanziali ogni anno; quindi non è facile inventarsi argomenti per intrattenere una platea di annoiati colleghi per due o tre ore. La deontologia professionale è materia dell'esame di stato e comunque non è una branca degli studi giuridici così sviluppata e articolata; sono sicuro che basta molto meno di 9 crediti a triennio per rimanere aggiornati sul tema.

 

Quanto tempo si perde

Anche i lettori che non fanno parte di una delle “fortunate” professioni che sottostanno a questo obbligo potranno facilmente capire che per fare 25 crediti annui la perdita di tempo effettiva è molto maggiore delle 25 ore nominali a cui corrispondono. Normalmente gli incontri formativi sono di 2 ore, a volte di 3 ore. Considerato che non tutti hanno la fortuna di avere lo studio e l'abitazione di fronte alla sede del corso, è ovvio che anche 2 ore di corso si trasformano di fatto in una mezza giornata di impegno (e quindi di assenza dallo studio). In sostanza 25 ore l'anno si trasformano in circa 10-12 mezze giornate l'anno impegnate.

Vi assicuro che non sono affatto poche, specie se il professionista deve gestire da solo la sua attività e magari coordinare anche un gruppo di collaboratori e praticanti. Senza considerare che non è sempre possibile per il professionista frequentare i corsi che vengono organizzati dal proprio ordine di appartenenza (ad esempio per concomitanza con udienze o appuntamenti improrogabili). Quindi si aggiunge anche il tempo (e lo stress) per cercare soluzioni alternative, che appunto a volte sono l'acquisto di qualche costoso corso online nelle ultime settimane dell'anno.

 

Un sistema di controllo discutibile

Altro aspetto davvero problematico è quello del controllo sull'effettivo espletamento dell'obbligo da parte dei molti avvocati presenti in Italia. Fin dalla comparsa dell'obbligo non si è mai capito quale sia la sanzione che lo rende effettivo e che fa da deterrente per i “furbetti”. Il regolamento parla genericamente di “Illecito disciplinare” ma lascia alla discrezionalità dei Consigli dell'Ordine scegliere in quali termini “tirare le orecchie” ai propri iscritti. Non mi è noto alcun caso di avvocato radiato per mancato raggiungimento dei crediti; molti procedimenti sono comunque tuttora aperti. Ma nella maggior parte dei casi la questione si risolve con un richiamo e con l'invito a integrare i crediti mancanti entro un certo termine.

Tra l'altro è cosa nota che gli avvocati iscritti agli ordini più piccoli risultino penalizzati per ovvie ragioni “statistiche”: è più facile “darsi alla macchia” in un ordine con migliaia di iscritti che in uno con numeri più ridotti.

Lo stesso ovviamente vale per i controlli sulla partecipazione ai singoli eventi. Gli ordini professionali più grandi e più attrezzati utilizzano il sistema a badge elettronico, altri utilizzano il vecchio sistema della raccolta delle firme. Anche in questo caso dunque si crea una ingiusta disparità di trattamento.

 

Per molti è solo un obbligo

C'è poi un aspetto culturale e psicologico che vanifica in parte l'impatto positivo della formazione continua obbligatoria: buona parte dei professionisti la percepiscono come un obbligo, come l'ennesima scocciatura e l'ennesimo adempimento per poter continuare a fare il proprio lavoro; e non la percepiscono come una vera opportunità di crescita.

Forse bisognerebbe pensare a un sistema meno basato meno sull'obbligatorietà e sullo sterile conteggio dei crediti e più su criteri premiali, capaci di incentivare chi di sua iniziativa svolge una reale attività di aggiornamento e specializzazione.

Simone Aliprandi

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