La conversazione umana: “gioco” da apprendere

di Alessandro Donadio - 14 ottobre 2013

Incipit

Figlia: Papà, queste conversazioni sono serie?

Padre: Certo che lo sono.

F: Non sono una specie di gioco che tu fai con me?

P: Dio non voglia… sono però una specie di gioco che noi facciamo insieme.

F: Allora non sono serie!

P: E se tu mi dicessi che cosa significano per te “serio” e “gioco”?

F: Bé… se tu… non lo so.

P: Se io che cosa?

F: Cioè… le conversazioni sono serie per me, ma se tu stai solo giocando…

P: Piano, piano. Guardiamo che cosa c’è di buono e che cosa c’è di male nel “giocare” e nei “giochi”. In primo luogo non m’interessa – non molto – vincere o perdere. Quando le tue domande mi mettono con le spalle al muro, allora certo mi sforzo un po’ di più per pensare e vedere con chiarezza quello che voglio dire. Ma non baro, e non ti preparo trappole; non c’è alcuna tentazione di imbrogliare.

F: Ecco, proprio così.  Per te non è una cosa seria: è un gioco. Quelli che imbrogliano semplicemente non sanno che cosa vuol dire “giocare”; trattano un gioco come se fosse una cosa seria.

P: Ma è una cosa seria.

F: No, non lo è… per te non lo è.

P: Perché non voglio imbrogliare?

F: Sì… anche per quello.

P: Ma tu vuoi imbrogliare continuamente?

F: No, naturalmente no.

P: Allora?

F: Oh, papà, non capirai mai.

P: Credo proprio di no.

La conversazione è un gioco umano da apprendere

Questo bel testo è uno dei metaloghi con i quali James Bateson apre la sua bellissima opera: “Verso un ecologia della mente.

Bateson definisce un metalogo come: “Una conversazione su un argomento problematico… che dovrebbe esser tale da rendere rilevanti non solo gli interventi dei partecipanti, ma la struttura stessa dell’intero dibattito”.

In questo pezzo scorgiamo davvero, in tutta la sua potenza, l’atto della conversazione nelle sue due caratteristiche principali: è un’attività umana; si tratta di un gioco che va saputo “giocare”.

In questo paradosso risiedono anche le insidie principali di questo fenomeno.

La prima è che essendo – correttamente – ritenuta attività umana di base, si ritiene che questa sgorghi naturalmente come le parole che emettiamo.

Ma in verità quello che è naturale è l’attitudine a mettersi in conversazione con i nostri simili, non di per sé le competenze di promozione della stessa.

Queste, in effetti, vanno apprese, affinate, e sperimentate al fine di raggiungere una perizia minima se si vuole davvero che una conversazione generi effetti positivi per gli attori implicati.

In sostanza possiamo dire che ognuno è capace di parlare, ma pochi sono veramente in grado di conversare (o far conversare) efficacemente.

Mi sono trovato spesso a discutere anche con colleghi circa il tema della conversazione organizzativa e di dovere sottolineare come in questi luoghi (non solo li naturalmente), le vere conversazioni sono una esperienza rara a dispetto delle tante chiacchierate che vi si svolgono.

E peraltro non sempre i luoghi deputati allo scopo sono reali abilitanti di buone conversazioni per loro natura. È ben possibile che alla macchinetta del caffè si stia facendo un’ottima conversazione, mentre in sala riunione si stia consumando una frustrante esperienza di chiacchiericcio senza nessuna utilità.

Insomma, la buona conversazione si fonda sulla capacità di comprendere la natura, da una parte, e di saper continuamente mantenere le condizioni perché questa si svolga al meglio.

Sottolineo che qui non sto parlando di capacità comunicative personali: carisma, proprietà di linguaggio, fascinazione. Tutte ottime qualità che servono però più a “governare” la conversazione che ha promuoverla fra gli attori implicati.

Due modelli: dialettica vs dialogica

Quindi abbiamo detto che la conversazione è una pratica che va conosciuta e in qualche modo imparata.

Certo circa questa antica quanto complessa attività avremmo da scrivere tomi interi, ed in effetti ne sono stati scritti. Ma noi qui, per ovvie ragioni di spazio, ci concentreremo su un aspetto che chiameremo di “inquadramento”, ed un rischio da evitare.

Richard Sennet nel suo libro: “Insieme: rituali, piaceri, politiche della collaborazione”(vedi recensione) richiama una tradizionale separazione fra due tipologie di conversazioni che hanno diverse finalità e che necessitano di diverse azioni per essere alimentate al meglio.

Sono la conversazione dialettica e quella dialogica.

La prima è una forma di scambio che ha lo scopo di rispondere a una domanda operativa: “Come gestiamo questa richiesta?”; “cosa è meglio fare con questa pratica”; “quale via è meglio prendere per arrivare li?”.

Insomma la conversazione dialettica si offre come strumento operativo al fine di giungere ad un punto di vista comune, integrato, che precede una azione condivisa.

La sua struttura è chiave di molti processi di pensiero utilizzati dai filosofi (da Aristotele a Kant) e procede per tesi > antitesi > sintesi.

Un ciclo che prima si alimenta e che, se ben promosso, in seconda fase elimina, sfronda, sintetizza fino all’allineamento degli attori verso una soluzione praticabile.

Ho detto: se ben promossa. Questo vuol dire che i partecipanti devono fronteggiarsi a colpi di contenuto, ma non affrontarsi sul piano personale. Che la logica della prevaricazione deve lasciare il campo a quella della ricerca della terza via, dove il mio punto di vista è solo “strumento” verso l’individuazione di una possibilità.

L’altra modalità è quella dialogica. Questa risponde alla richiesta di “innovazione”, creatività, cambiamento: “Quale nuovo prodotto possiamo promuovere?”; “come facciamo ad entrare in quel mercato?”; “cosa ci possiamo fare con le nuove competenze che abbiamo a disposizione?”.

Questa forma di conversazione non è gravata dall’immediata necessità di produrre una soluzione, chiara e netta. Quanto piuttosto di generare pensiero divergente continuo dal quale possa emergere un insight non immaginabile prima.

Qui la dinamica è davvero meno sistematica. La conversazione va lasciata progredire da sola, le persone devono scambiare non solo contenuto, ma emozioni, sensibilità personali, esperienze non necessariamente professionali. Vige la serendipity.

Quindi se nella dialettica abbiamo bisogno di aiutare le persone ad esporre la propria “mappa” su un tema per poi confrontarla con quella degli altri e incrociarle poi in uno scenario di sintesi. Nella seconda la ridondanza è il terreno di coltura. Le persone sono più importanti del mero contenuto organizzato e lasciar spazio a divagazioni e allargamenti è necessario se si vuol vedersi presentare una idea che può stravolgere tutto.

Chi promuove e abilita queste conversazioni ha un ruolo importante per facilitare l’immissione dei partecipanti ad una o l’altra modalità. È quindi necessaria che il capo, manager, titolare sia in grado di dare l’imprinting giusto alla conversazione a seconda che voglia cercare una soluzione ad un problema, o lanciare l’esplorazione di una possibilità.

Serve questa capacità, perché se è vero che le due modalità sono così differenti, è quindi impossibile raggiungere un risultato se si incrociano modalità e obiettivo: una conversazione dialogica non porterà alla soluzione di un problema; da una conversazione dialettica esce difficilmente una idea innovativa.

Anche i luoghi fisici possono essere abilitatori di (o limiti ad) una modalità o l’altra.

Un ufficio classico, con tavole al centro e persone tutte intorno facilitano la condizione cognitiva di “fronteggiamento” e meglio si adatta ad una conversazione dialettica.

Una stanza senza tavolo, con sedie disposte a cerchio, o comunque collocate in modo libero, generano il contesto cognitivo adatto alla dialogia.

Stesso discorso vale per gli scambi che avvengono nei nuovi luoghi contemporanei, che pur essendo digitali non sono meno “veri” di quelli fisici (mail, forum, chat, eccetera).

Un rischio da tenere a bada

Non semplice quindi quel “gioco” che chiamiamo conversazione.

Vi sono peraltro molte insidie e rischi.

Non possiamo citarli tutti, e qui ci concentriamo sul cosiddetto “feticcio dell’asseverazione”.

Questa è quell’attitudine a promuovere le proprie tesi, non tanto per contribuire alla ricerca di soluzione/innovazione, ma quanto per affermare la propria autorevolezza, forza, dignità. È una sorta di trionfo del contenuto (il mio!) sopra ogni cosa.

Non che la ricerca di affermazione sia in se per se una pratica poco etica o deprecabile in toto. Ognuno di noi sente la necessità di promuover-si nel contesto sociale nel quale opera, di accreditarsi. Ma piuttosto perché disfunzionali alla buona conversazione.

Individuare un comportamento come questo e limitarlo è necessario se si vuole evitare che dal fronteggiamento si passi allo scontro.

Una pratica di alleggerimento può essere quella di usare le cosiddette “forme dubitative”: “Scusate ma,…”, “forse qui si potrebbe…”, “avrei detto che…” (sempre dal libro di Sennet).

Questo condizionale ci permette di contrapporre la nostra tesi senza risultare “contro”. Si rilancia a partire dall’affermazione che vogliano mettere in discussione, integrandola come se fosse “la prima parola del mio discorso”.

Certo è sempre difficile, quand’anche captate a dovere, risolvere certe rigidità giocate dai partecipanti. Quindi il consiglio è molto semplice: partiamo da noi. Smussiamo i nostri modi, rilanciamo, facciamo domande per offrire la possibilità agli altri di spiegarsi, ascoltiamo, affermiamo con assertività senza essere aggressivi.

I modelli di ruolo nelle conversazioni sono la prima vera forma di miglioramento che possiamo offrire.

E allora “giochiamo”

La conversazione è un (il) motore potente per le organizzazioni. Attraverso questa:

  • diamo spazio a un’attitudine umana ineliminabile;
  • troviamo soluzione a problemi considerando molti e diversi punti di vista;
  • promuoviamo idee che possono cambiare le sorti della nostra azienda;
  • facciamo partecipare le persone alla vita dell’organizzazione generando maggiore motivazione e clima positivo.

Ma, come abbiamo detto, dobbiamo essere capaci di creare il terreno nel quale far svolgere la conversazione, via dialettica o dialogica.

Dobbiamo tenere a bada le forme di deterrenza con le quali si vanificano gli effetti di questa opportunità generativa. 

Due link per approfondire:


Alessandro Donadio

@Ale_Donadio

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